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Il calendario

 

 

Scrive Omar Khayyam: “Si tramanda che Kiumars, il re persiano, fece coincidere il giorno di NowRuz con l’origine della storia. Cos?, ogni anno la luce del sole sarebbe stata vista 365 volte. Egli divise l’anno in dodici parti, ciascuna parte a sua volta divisa in trenta porzioni, ed a ciascuna porzione diede il nome di un angelo.”

Omar Khayyam (Abolfath Khayyam di Ney-shabour, città del Khorassan) è forse il poeta persiano più popolare in Occidente; è tuttavia meno noto che egli fu anche - o soprattutto, secondo molti studiosi - un matematico e un astronomo valente; e come “presidente” di una commissione di astronomi, nell’anno 467 dell’Egira (1073 d.C.) venne incaricato da Nezam ol-Molk, ministro del monarca selgiuchide Jalal ol-Din Malek shah, di riformare in modo scientifico il calendario. L’assassinio di Nezam ol-Molk e la morte di Malek shah non consentirono che l’impresa fosse portata a termine; ma Khayyam riusc? ad elaborare un nuovo calendario chiamato “Jalali”, e lasci? ai posteri un breve trattato in prosa, il Nowruznameh (“Libro del Capodanno”), da cui è stata tratta la precedente citazione.

Qui il pensatore, che negava con forza di essere seguace del pensiero greco, ma si dedicava volentieri agli studi di filosofia naturale, descrisse i mesi, le caratteristiche di ciascuno di essi, il rispettivo rapporto con la costellazione del Toro.

Farvardin (dall’espressione fara avardan, “ri-svegliare”, “far crescere”), è il primo mese dell’anno, che include i trentuno giorni tra il 21 marzo e il 20 aprile, e dà il via alla crescita delle piante.

Ordibehesht, il secondo (trentuno giorni, dal 21 aprile al 20 maggio), è il mese “del paradiso” (behesht), per la luce e il clima dolce che lo caratterizzano.

Khordad (trentuno giorni, tra il 21 maggio e il 20 giugno) trae il nome dal verbo khordan, “mangiare”, perché rifornisce gli uomini di alimenti preziosi quali il frumento o la frutta più succosa.

Tir (termine che equivale a “forza”, “potenza”) è il mese della mietitura, dura 31 giorni e include le settimane tra il 21 giugno e il 21 luglio occidentali.

Mordad (22 luglio - 21 agosto: trentuno giorni) ri-chiama il verbo mordan, “morire”, perché la terra ha ormai esaurito il suo compito, e si inaridisce.

Shahrivar, che dura trentuno giorni dal 22 agosto al 21 settembre, è il mese della prosperità, quando pagare le tasse al signore (allo shah) è meno penoso per il contadino.

Mehr (la parola significa “amore”, “affetto”) è il mese della gentilezza, quando ciascuno è disposto ad offrire al vicino i frutti del proprio campo, poiché sta per arrivare l’autunno: dura trenta giorni, dal 22 settembre al al 21 ottobre.

Aban è segnato dalle piogge (ab significa “ac-qua”), e conta trenta giorni dal 22 ottobre al 20 novembre.

Azar (“fuoco”), il nono mese, di trenta giorni tra il 21 novembre e il 20 dicembre, segna il tempo in cui il contadino comincia ad accendere il fuoco per riscaldarsi.

Dopo Dey (trenta giorni, tra il 21 dicembre e 20 gennaio), forse cos? denominato per ingraziarsi i daeva, le devinità pre-mazdaiche, nel periodo in cui la terra non pu? dare frutto, e dopo il duro Bahman (trenta giorni, tra il 21 gennaio e il 19 febbraio), con Esfand (che è anche il nome dell’incenso) il ciclo della vita potrà ricominciare. Esfand conta ventinove giorni, che diventano trenta negli anni bisestili, tra il 20 febbraio e il 20 marzo.

Il calendario civile persiano, ancor oggi in uso, è dunque solare, e fissa l’inizio dell’anno esattamente in corrispondenza dell’equinozio di primavera: il momento del risvegliarsi della vita, in cui pienamente si esplica l’azione miracolosamente rivivificatrice di Dio. L’istante preciso in cui si verifica il cambio dell’anno viene calcolato in base al calendario solare dell’Egira, che ha preso avvio dal viaggio del Profeta Mohammad (S) dalla Mecca a Medina, avvenuto gioved? 26 settembre del 622 d.C.; di conseguenza ogni anno occorre individuare esattamente l’ora dell’arrivo dell’anno nuovo. Tale compito, anticamente svolto dagli astrologi e poi dai primi astronomi, è affidato oggi al Centro di Astrofisica dell’Università di Teheran.

 

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