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La Storia di IRAN
 

Gli albori [TOP]
Cinquemila anni prima di Cristo, il vasto altopiano che costituisce la parte principale dell’odierno Iran ospita numerosi insediamenti umani: già da oltre un millennio vi si praticano varie forme di metallurgia (con la malachite, quindi con il rame) e la lavorazione della terracotta, che le diverse comunità agricole amano arricchire con decorazioni pittoriche, stilizzando i motivi floreali o le sagome degli animali sino a raggiungere livelli estetici piuttosto elevati. La stabilità degli insediamenti caratterizza soprattutto le aree corrispondenti alle attuali regioni del Lorestan (Iran occidentale, attorno a Khorramabad), del Kermanshahan (a nord-ovest del Lorestan), del Khuzestan (a sud del Lorestan, attorno ad Ahwaz) e le valli meridionali della catena dei monti Zagros; ma gradualmente si popola di gruppi temporaneamente stanziali anche la fascia settentrionale dell’Iran.

La prima regione dove si assiste a un più rapido sviluppo urbano è il Khuzestan, dove è destinata a fiorire la civiltà elamitica, e dove la scrittura detta “protoelamica” verrà adottata già intorno al 3500 a.C.

Attorno al 4000 a.C., nelle aree che oggi segnano il confine tra l’Iran e il Pakistan, si verificano notevoli progressi riguardo all’agricoltura: in queste zone, caratterizzate da un clima estremamente arido, gli abitanti imparano a costruire le cosiddette “dighe garaband”, che arginano i pochi corsi d’acqua formatisi lungo i pendii delle montagne e consentono di programmare la necessaria irrigazione delle valli. Di conseguenza, in queste località gli insegnamenti si ampliano, l’urbanistica si fa più complessa, e in qualche caso si erigono costruzioni di tipo monumentale. Nella prima metà del quarto millennio giungono all’altopiano iranico diverse popolazioni indoeuropee provenienti dalla regione attorno al lago di Aral, a est del Mar Caspio: le si definisce “ariane”, dal mediopersiano eran, risalente all’antico persiano non documentato ‘arianam, genitivo plurale che significa “degli Arii”: probabilmente in origine *aryo significava “nobile”, “signore”.

Nel frattempo nella Mesopotamia (che oggi si chiama Arvand Rud, in lingua persiana, o Shatt el-Arab in lingua araba) si sviluppa la civiltà numerica di Uruk. Gli agricoltori sumeri stanziati lungo il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate, e sulla costa dell’odierno Golfo Persico, avviano con le popolazioni insediate più a est, cioè nel moderno Iran, una fitta rete di commerci, scambiando il proprio grano con i lapislazzuli, l’argento, l’oro e i preziosi monili delle comunità iraniche.

Nel terzo millennio a.C. l’uso della scrittura (in caratteri cuneiformi), nata appunto presso i Sumeri, imprimendo notevolissimo impulso agli scambi, consente la nascita della civiltà elamitica, che si consolida sulle rive del corso inferiore del Tigri attorno alla città di Susa, ricca di splendide strutture monumentali (si tratta dell’odierna Shush, nella regione iraniana del Khuzestan).

Ben presto i rapporti tra le potenze mesopotamiche e gli Elamiti divengono conflittuali, perché da entrambe le parti si intende acquisire il controllo dei traffici in pieno sviluppo lungo le coste e sulle acque del Golfo Persico. Le popolazioni di Elam, per?, non esitano a spingersi anche verso est, percorrendo i territori della Persia sia verso il Mar Caspio sia in direzione dell’attuale Pakistan, sollecitando cos? nelle aree percorse la creazione di centri urbani minori a vocazione commerciale.

Verso la fine del terzo millennio i Sumeri estendono i propri commerci verso l’interno della Persia e nel Golfo Persico sino all’attuale Bahrein. Ma in molte zone l’altipiano iranico nascono e si sviluppano numerose città-stato: a nord, sulle coste del Caspio, ma anche a sud e a sud-est, nelle aree corrispondenti alle attuali regioni del Kerman, del Sistan e del Baluchistan.

Quando l’impero accadico mette fine al predominio dei Sumeri, la nuova egemonia ingloba nei propri confini Susa, il versante occidentale dei monti Zagros, i villaggi corrispondenti all’odierna città di Kermanshah. Ma, dopo che l’invasione dei Guti (popolazione meno civilizzata proveniente a sua volta dagli Zagros) travolge gli Accadi, riprendono vigore i Sumeri, che dominano a loro volta sulle zone dell’Iran già conquistate dai predecessori ed estendono l’impero oltre Kermanshah, sino a metà strada dall’odierna Hamadan, in un’area che riveste grande importanza per il commercio dello stagno.

Questa fase storica, che ruota attorno al centro politico di Ur, si conclude intorno all’anno 2000 a.C., quando gli Aborriti (originari forse della Siria meridionale) si insediano nella regione. All’inizio del secondo millennio, inoltre, va segnalata la penetrazione di popolazioni indoeuropee iraniche nell’India settentrionale.

Circa duecento anni dopo l’inizio del secondo millennio Hammurabi, re di Babilonia (1793-1750 a.C.), consolida il primo impero babilonese estendendo il proprio dominio sino al Golfo Persico. Ma l’egemonia babilonese si interrompe bruscamente nel 1595 a.C., quando gli Ittiti, provenendo dall’Anatolia e dalla Siria, devastano la capitale; poco dopo gli Ittiti devono ritirarsi, sotto la pressione degli Hurriti, altra popolazione di origine caucasica, stanziatasi oltre la riva orientale dell’Eufrate. Ma ci? che dà il colpo di grazia a Babilonia è l’invasione dei Cassiti, indo-europei che vengono dall’altopiano iranico, e che dal 1474 sino al 1160 a.C. predominano sull’intera regione: si deve a loro l’introduzione in Mesopotamia dei carri da guerra e dei cavalli, ma in generale i Cassiti assimilano la preesistente cultura babilonese, la cui forza si fonda fra l’altro su complesse conoscenze matematiche e astronomiche. A partire dal 1500 a.C., comunque, è invalsa in tutto il Medio Oriente, e si è estesa sino all’Egitto, la prassi dei “rapporti diplomatici” tra i diversi governanti (Elamiti, Assiri, Mitanni ecc.), i quali sono soliti scambiarsi messaggi e doni, e non di rado stringere patti matrimoniali.

Gli Elamiti [TOP]
A est dell’Arvand Rud, attorno alla capitale Susa, è ancora viva la civiltà elamita, che porta ad estrema raffinatezza l’arte della soffiatura del vetro, con il quale si decorano persino i gradoni dei templi (le ziggurat). Dopo il crollo dell’impero ittita (XII secolo a.C.), gli Elamiti estendono temporaneamente la propria egemonia verso ovest, controllando anche Uruk e Babilonia – verso est già predominano nella zona degli Zagros. Il re elamita Shutruknahunti, nel 1175, ha infatti saccheggiato Babilonia, e si è impadronito di un bottino destinato a diventare celebre, il blocco di pietra inciso con il “codice di Hammurabi”, che molti secoli dopo verrà ritrovato a Susa.

Intorno all’anno 1000 giungono in Mesopotamia, da occidente, i Caldei, che si stanziano attorno ad Ur. Ma nel contempo ha inizio una fase fortemente espansionistica dell’impero Assiro, saldamen-te stabilito nella regione dell’alto Tigri, che promuove in un primo momento una serie di incursioni verso sud e sud-est giungendo sino ai monti Zagros. Alle piccole comunità-stato della zona gli Assiri tuttavia si limitano, com'è loro costume, ad imporre tributi (metalli grezzi, cavalli, legname). Le alleanze fra Caldei ed Elamiti, per?, costituiscono per gli Assiri una forte e continua preoccupazione, che poco prima del 700 a.C. li indurrà ad invadere l’Elam e ad annetterne i territori.

Ma proprio a partire dal XII secolo a.C., in concomitanza con l’inizio dell’Età del Ferro, nuove popolazioni indoeuropee iniziano a migrare verso ovest e sud-ovest provenendo dalle rive del Caspio e dalla fascia settentrionale dell’altopiano iranico: tra queste, le tribù dei Medi e dei Persiani, reciprocamente affini per lingua e ceppo etnico. I sacerdoti di una delle tribù dei Medi, i Magi, portano con sé la prima religione monoteista, il Mazdeismo, fondato alcuni secoli prima da Zarathustra probabilmente nella regione corrispondente all’attuale Sistan, tra la Chorasmia e la Margiana, e codificata nel libro sacro dell’Avesta.

I Medi [TOP]
Gli Assiri si muovono per bloccare l’avanzata dei Medi, e per duecento anni, dal IX al VII secolo a.C., riescono a imporre loro il proprio predominio e pesanti tributi. Il re assiro Tiglat Pileser III (746-727 a.C.) riesce a spingersi sino al monte Damavand, alle cui pendici oggi sorge Teheran. Ma l’impegno su più fronti sfianca l’impero assiro poco tempo dopo che esso ha raggiunto la sua massima espansione (durante il regno di Asarhaddon, dal 681 al 669 a.C.): il caldeo Nabopolassar entra in Babilonia e se ne proclama re, mentre a nord i Medi si ribellano e fondano un proprio impero, la cui capitale è Ecbatana (oggi chiamata Hamadan, nell’Iran occidentale, alle pendici del monte Alvand; secondo alcuni storici, la costruzione della città risalirebbe al 3000 a.C.). I Medi, in questo periodo, sono impegnati anche a respingere le invasioni degli Sciti, un altro popolo di ceppo iranico proveniente dall’Asia Centrale.

Nabopolassar si allea con i Medi e attacca l’Assiria: Ninive, capitale assira, viene messa a ferro e fuoco nel 612 a.C. dal re dei Medi Ciassare, che nel 625 è già riuscito a sconfiggere definitivamente gli Sciti. Con Ciassare (cos? i Greci trascrivono il nome di Uvakhshtra) l’impero dei Medi, ormai esteso su tutta la fa-scia settentrionale dell’altopiano iranico, raggiunge la massima espansione, inglobando anche il nord della Mesopotamia e la Cappadocia.

Solo per poco tempo la tribù dei Persiani riesce a sopportare il predominio dei Medi. Dalla metà del VII secolo regna su Anshan, nella regione che oggi si chiama Fars, nel sud-ovest dell’attuale Iran) la dinastia persiana fondata da Achemene. Nel 550 a.C. Ciro di Anshan, figlio di Cambise I, discendente di Achemene ma legato da parentela anche al re dei Medi Astiage, fomenta la rivolta dell’esercito medo contro lo stesso Astiage, che viene deposto e fatto prigioniero.

Gli Achemenidi [TOP]
Nasce cos? l’impero Achemenide: Ciro – conosciuto poi come Ciro il Grande, vissuto tra il 590 e il 529 a.C. – non si limita a liberare la propria gente dal vassallaggio, ma conquista anche la Lidia, le città greche dell’Asia Minore, le province ad est del Fars sino al fiume Iassarte e, nel 539, Babilonia, liberando fra l’altro gli ebrei che vi erano stati deportati, e determinando la fine del secondo impero babilonese. Da Anshan, Ciro sposta la capitale a Pasargad (nei pressi dell’odierno capoluogo del Fars, Shiraz), mentre Ecbatana è scelta come capitale estiva. A questo punto le popolazioni iraniche hanno il controllo dei principali centri di potere formatisi con la civiltà mesopotamica: il loro predominio è favorito dai progressi raggiunti nella tecnologia del ferro e dall'abitudine alla guerra a cavallo, ma si pu? presumere che a loro vantaggio giochi soprattutto la relativa "giovinezza" della loro cultura rispetto al progressivo esaurirsi di quelle che l’hanno preceduta.

Morto Ciro nel corso di una battaglia contro la tribù nomade dei Messegeti, gli succedono i figli Bardiya, cui è affidato il governo interno, e Cambise II, che prosegue nello sforzo espansionistico conquistando l’Egitto e chiudendo di fatto ai mercanti greci l’accesso ai porti del Mediterraneo occidentale. Cambise II tuttavia fallisce nel tentativo di sottomettere l’Etiopia; e poiché Bardiya ne approfitta per farsi proclamare unico re, si apre una breve ma violenta crisi dinastica, che si conclude con l’usurpazione del trono da parte di un lontano parente, Gaumata. Ma un altro discendente di Achemene, Dario I, sostenuto dall'aristocrazia persiana, rovescia Gaumata e assume il potere.

Dario I, detto a sua volta il Grande, proclama il Mazdeismo religione di Stato, ma tollera sia il Giudaismo sia il politeismo greco nelle province in cui sono diffusi; e intraprende una profonda ri-forma organizzativa dell’impero, suddividendolo in satrapie, istituendo nuove norme di tassazione e un efficiente servizio postale. In pratica, con Dario il controllo politico di un impero tanto vasto è reso possibile da un fondamentale atteggiamento di rispetto nei confronti delle popolazioni assoggettate, e di piena tolleranza delle loro norme e delle loro religioni. La capitale "di rappresentanza" è portata a Persepolis, nel Fars, a circa 500 km. dalla capitale amministrativa Susa; tra i monumentali palazzi di Persepolis, ogni 21 marzo si festeggia il capodanno mazdaico, e i capi delle 28 nazioni vassalle giungono a rendere omaggio al sovrano per il Nowruz.

Sul piano militare, Dario I conquista il Sindh e respinge gli Sciti a nord; ma non riesce ad assoggettare nuovi territori oltre la frontiera settentrionale, e nel 500 a.C. si trova a fronteggiare la rivolta delle città ioniche dell'Asia Minore, sostenute da Atene. Ci riesce solo dopo sette anni, e pianifica di invadere la Grecia stessa per assoggettarla, ma questa volta il tentativo si rivela azzardato. Nel 490, in territorio greco, sottomette varie città (Corinto, Argo, Egina), ma a Maratona viene sconfitto dagli Ateniesi e costretto a ritirarsi.

Morto Dario I nel 486 a.C., Babilonia ed Egitto cercano di approfittare della crisi degli Achemenidi per ribellarsi: ma il figlio di Dario, Serse I, blocca le rivolte e organizza una seconda spedizione contro la Grecia. Nel 480 Serse sconfigge gli Spartani alle Termopili e incendia Atene, ma la flotta persiana viene sbaragliata a Salamina. L’anno successivo la coalizione greca guidata da Pausania infligge a Serse un’altra pesante sconfitta a Platea, cui segue la liberazione delle città greche dell’Asia Minore.

Si deve al successo della loro coalizione se i Greci riescono a respingere l’invasione persiana, ma neppure questo successo favorisce l’affermarsi di un’autentica “consapevolezza nazionale ellenica”, anche perché nel corso del tempo i rapporti fra mondo greco e mondo persiano si sono intensificati ben al di là delle elementari contrapposizione belliche; tant’è vero che già nel corso del quinto secolo a.C. varie città - o coalizioni regionali - greche chiedono più volte l’aiuto persiano per prevalere nei conflitti reciproci. Questa complessa, e fertile, situazione dà fra l’altro modo alla Persia di intervenire ripetutamente nelle dinamiche politiche elleniche, e l’induce ad impegnarsi per creare, o rafforzare laddove già ne esistono i presupposti, un’egemonia diretta su alcuni degli Stati greci, in primo luogo per vie diplomatiche. Ma sul piano puramente politico il tentativo fallisce, anche perché nel frattempo i successori Achemenidi devono fronteggiare gravi problemi interni al proprio impero.

Durante il regno di Artaserse I Longimano, figlio di Serse (465-424 a.C.), che stipula la pace di Callia chiudendo i conflitti militari con la Grecia, si ribella l’Egitto, e l’impero comincia a sfaldarsi, nonostante il monarca cerchi di mantenere l’unità ricorrendo ad una politica di tolleranza ancora più accentuata nei confronti delle minoranze, in particolare l’ebraica e l’egiziana. Ma nel 401 a.C., come si narra nell’Anabasi di Senofonte, Ciro il Giovane (figlio di Dario II che era succeduto ad Artaserse I), viceré dell’Asia Minore e della Persia occidentale, tenta di assassinare il fratello maggiore Artaserse II Memnone ricorrendo all’aiuto di un esercito di mercenari greci.

Artaserse II lo sconfigge e lo uccide quello stesso anno a Cunassa, e riprende a combattere i Greci (guerra di Corinto) sino ad imporre loro nel 386 a.C. la pace di Antalcida, che consegna alla Persia le città greche d’Asia e garantisce a Sparta, principale alleato dei Persiani in territorio greco, l’egemonia rispetto ad Atene; tuttavia Artaserse II non riesce a domare le ribellioni delle province interne né a riassoggettare l’Egitto.

Gli succede, tra il 358 e il 338 a.C., il figlio Artaserse III Orco, che attacca la Fenicia, riconquista l’Egitto e cerca di ripristinare un governo forte, ma muore avvelenato da congiurati. Dario III diviene cos? re, l’ultimo re degli Achemenidi: la Persia sta per subire l’invasione di Alessandro Magno. Dario III viene infatti sconfitto dal Macedone a Isso e a Gaugamela, fugge nelle terre più occidentali dell’impero, ma mentre tenta di organizzare una reazione militare viene ucciso dal satrapo Besso.

Alessandro Magno [TOP]
Alessandro ha attraversato l’Ellesponto nel 334 a.C., con l’intento di liberare le città greche assoggettate alla Persia in seguito alla pace di Antalcida. Con la vittoria di Isso conquista l’ovest e il sud dell’Asia Minore, e nel 331 a.C., dopo aver assoggettato l’Egitto, si rimette in marcia verso Babilonia. La sconfitta di Dario III a Gaugamela, nelle vicinanze dell’antica Ninive assira, è solo l’inizio della penetrazione di Alessandro nel cuore dell’impero persiano. Nel 331 viene conquistata e incendiata Persepolis; l’anno successivo il condottiero assume il titolo di basileus, e si proclama erede della dinastia Achemenide.

In tre anni Alessandro conquista l’altopiano iranico, spingendosi oltre la Partia sino alle regioni Battriana e Sogdiana, a est del lago di Aral (il Turkestan, abitato da popolazioni iraniche; qui il basileus sposa la principessa sogdiana, cioè di sangue iranico, Rossane). Dopo la conquista dell’India al di qua del Punjab, Alessandro inizia il ritorno in territorio persiano, e nel 324 giunge a Susa. Ma congiure, rivolte, ammutinamenti minano sin d’ora alla base il suo impero. Nel 323 Alessandro muore.

Si è per? già avviato un processo di integrazione, o meglio di simbiosi culturale fra la civiltà greca e la civiltà persiana, che durante l’era Achemenide ha avuto modo di fiorire; ormai strade accuratamente pavimentate collegano le coste del Mediterraneo all’India, e lungo ciascun percorso, a distanze regolari di circa 30 km, sorgono ostelli per le carovane (i “caravanserragli”); un servizio postale, probabilmente il primo nel mondo, trasporta dispacci e merci da una regione all’altra dell’impero; gli Achemenidi hanno persino curato la costruzione di un canale di collegamento fra il Mar Rosso ed il Nilo.

Mentre nel corso dei successivi quarant’anni l’impero si smembrerà a causa dei conflitti intestini fra i diadochi (i generali di Alessandro), i Greci avranno modo di scoprire un orizzonte più vasto della polis, ed i Persiani verranno a conoscere i testi più significativi della produzione culturale greca. La razionalità ed il realismo che caratterizzano la mentalità persiana, anche grazie all’influenza zaratustriana, troveranno eccellenti possibilità di riscontro nella filosofia di Aristotele (precettore di Alessandro), mentre il Macedone lascia un’impronta destinata a durare nel tempo, nonostante ogni apparenza, con il suo progetto di koinonia, o “comunanza”, fra popolazioni greche ed orientali tramite la creazione di apparati amministrativi misti, e l’adozione di molti sistemi normativi e di governo di matrice achemenide.

I Seleucidi [TOP]
Alle lotte tra i diadochi prende parte anche Seleuco, un nobile macedone che ha seguito Alessandro nella sua spedizione asiatica: conquistata la satrapia di Babilonia, la perde e poi la riconquista di nuovo, procede ad assoggettare la Media e la Susiana (il Fars di oggi), e di conseguenza riunifica la Mesopotamia con l’Iran.

Nel 305 a.C. Seleuco assume il titolo di re, annettendo alle terre già espugnate l’Asia Minore ed il nord della Siria. Prima per? che possa mettere in atto un piano di invasione dei territori europei della Tracia e della Macedonia, viene ucciso. Da lui, Seleuco I Nicatore, prende comunque il nome la dinastia dei Seleucidi, che nella fase culminante della propria espansione, verso la fine del III secolo a.C., riuscirà a dominare tutta l’Asia sino alla valle dell’Indo.

Tuttavia i monarchi Seleucidi si curano soprattutto di mantenere il controllo delle regioni più vicine al Mediterraneo, contendendo ai Lagidi d’Egitto la Siria e la Palestina; l’Asia Minore invece verrà conquistata dai Romani nel 188 a.C., con la pace di Apamea - con questo trattato Roma metterà fine a qualsiasi velleità dei Seleucidi di controllare il Mediterraneo, ed assegnerà le terre cos? ottenute a Pergamo e a Rodi, che le sono alleate.

Durante il terzo secolo dell’era precristiana, anche i territori orientali del regno seleucide sono continuamente impegnati a liberarsi dal predominio della dinastia macedone: nel 246 a.C. alcune satrapie si rendono autonome; nel contempo anche i Parti, una popolazione seminomade di gruppo scitico che si è recentemente stanziata sull’altopiano iranico provenendo dal Khorassan (nord-est dell’attuale Iran, ai confini con l’Afghanistan), proclamano la propria indipendenza e, sotto la guida del capostipite Arsace, riescono poi a conquistare le satrapie autonome e l’Ircania, a sud del Caspio.

I Parti [TOP]
Seleuco II tenta una reazione, ma la sua incursione del 230 a.C. in territorio iranico fallisce; tra il 212 e il 205 a.C. il suo successore Antioco III riassoggetta i Parti, che con Artabano I sono ormai arrivati a dominare su un territorio esteso probabilmente sino ad Ecbatana. Tuttavia la situazione rimane instabile, perché i Parti hanno ormai avviato la fase espansionistica della propria storia. Fraate I, figlio del figlio di Artabano, dopo aver condotto con successo alcune operazioni militari sulle montagne dell’Elburtz, riconquista l’Ircania ed amplia il territorio parto sin oltre le Porte Caspiche.

Tutte le satrapie iraniche si liberano, ad una ad una, del dominio seleucide. Nel 141 a.C. Mitridate, re dei Parti, dopo aver assoggettato la Media ed altri territori dell’Iran orientale, conia la prima moneta parta, segnando cos? la definitiva conquista dell’indipendenza; annette al regno quasi tutta la Babilonia e la Mesopotamia ed entra in Seleucia. Nel 137, anno della sua morte, lo staterello della Partia si è ormai trasformato in un impero regolato da leggi proprie, che il re ha codificato nella “legge iranica”.

La Persia e Roma [TOP]
Nel frattempo, proprio nei due-tre secoli prima dell’Era Cristiana è sorto in Europa, precisamente in Italia, un nuovo protagonista della storia, Roma, che si rivela ben presto simile, non solo nella volontà espansionistica, ma anche nella forza di penetrazione della propria cultura, ai diversi imperi sorti in area mesopotamica e poi iranica durante i millenni precedenti. I caratteri di somiglianza ovviamente da se stessi conducono alla rivalità: ma non va dimenticato che essi derivano in massima parte dalla matrice culturale comune di queste civiltà troppo spesso presentate dagli storiografi in esclusivo riferimento al loro “antagonismo”.

Come si è detto, il secondo secolo a.C. ha visto la dinastia parta degli Arsacidi (dal capostipite Arsace) ottenere, con Mitridate I (171-137 a.C.) la conquista della Media nel 155 a.C., in seguito di altre regioni dell’Iran orientale, e nel 140 a.C. di quasi tutta la Mesopotamia, con la creazione di un nuovo impero, uno dei più ricchi e più potenti del mondo antico, destinato a durare per cinque secoli. Capitale dei Parti è la Città dalle Cento Porte (Hecatompylos, nella lingua dei Greci giunti al seguito di Alessandro Magno), nei pressi di Damghan, a sud di quella Rey che oggi è il distretto meridionale di Teheran ma che sin dal tempo degli Achemenidi era divenuta un importante centro di commerci.

Occorre precisare per? che a partire dal 131 a.C. le frontiere orientali dell’Impero subiscono un ridimensionamento, a causa delle invasioni degli Unni e degli Sciti, sino alla perdita di Taxila, un grande centro commerciale indo-partico ad est dell’attuale Peshawar, ad opera dei nomadi kushani Tocari (nelle guerre contro gli invasori perdono la vita i re parti Fraate II e Artabano III); e dal 90 a.C. una serie di rivolte fra i satrapi, di lotte fratricide, di incursioni armene, di usurpazioni travagliano l’esistenza dell’impero e della dinastia, soprattutto durante gli ultimi anni di vita di Mitridate II. Suo figlio Fraate III gli succede nel 70 a.C.: proprio durante il suo regno si verificano le prime incomprensioni con i Romani, dal momento che ad ovest i Parti dominano sui territori sino all’Eufrate, dove si stende il confine orientale dell’impero romano.

La dinastia parta degli Arsacidi attraversa, nel corso del primo secolo a.C., un periodo di profonda crisi interna. Fraate III viene ucciso dai figli Mitridate e Orode; il secondo in seguito uccide anche il fratello e intorno al 54 a.C. si proclama signore dei Parti, proprio mentre a Roma Crasso preme sugli altri due membri del triumvirato, Cesare e Pompeo, perché le legioni muovano guerra alla Partia. Nonostante i due triumviri gli si oppongano con forza, Crasso - intenzionato ad emulare Alessandro Magno - nel 54 a.C., come narra Plutarco, parte per la Siria alla testa di un esercito raccogliticcio, che rinforza poi con truppe siriane; attraversa l’Eufrate, si inoltra in Mesopotamia.

Lo scontro è inevitabile: nel 53 a.C. la cavalleria dei Parti (cavalieri eccezionali, che fra l’altro hanno selezionato nelle zone montane dell’altopiano iranico una razza equina superiore sia nelle dimensioni sia nella potenza) sconfigge le sette legioni di Crasso a Carre, sul ramo settentrionale dell’Eufrate - ha origine proprio in quest’occasione l’espressione, poi diventata proverbiale, “la freccia del Parto”: non solo gli archi parti hanno una gittata superiore a quelli dei Romani, e le loro frecce si rivelano più potenti, tanto che perforano le corazze nemiche, ma durante gli scontri spesso accade che gli arcieri parti fingano di ritirarsi continuando per? a scoccare le frecce all’indietro.

Il giovane Suren, un nobile originario della regione centrale dell’altopiano iranico, dopo aver sopraffatto l’esercito di Crasso grazie ad alcune originali tattiche belliche, propone al condottiero romano una trattativa, pur rinfacciandogli il precedente tradimento di Pompeo, e gli offre un salvacondotto. Crasso, che negli scontri ha perso il figlio Publio, esita, ma mentre sta per accettare viene trattenuto dall’ufficiale romano Ottavio: lo scontro riprende, Crasso e i suoi vengono uccisi, la testa del condottiero viene spedita da Suren ad Orode. Solo diecimila legionari romani riescono a fuggire, dei quarantamila uomini che avevano preso parte alla spedizione; altri diecimila vengono fatti prigionieri, e le insegne di Roma sono conquistate dai Parti. Da questo momento, e per oltre cento anni, il corso dell’Eufrate rimarrà come confine tra i due imperi.

Affermata cos? la propria potenza, Orode (che nel frattempo, timoroso del suo successo, ha fatto uccidere Suren) decide di ingerirsi nelle questioni politiche interne di Roma, dove sta per esplodere la guerra civile, ed offre il proprio appoggio a Pompeo. Di conseguenza Cesare progetta un poderoso attacco contro la Partia, ma il suo assassinio pone fine al disegno.

Nel 37 a.C. Fraate IV uccide il proprio padre Orode e tutti i propri ventinove fratelli. L’aristocrazia parta, terrorizzata dalla sua follia, cerca l’aiuto dei Romani, e convince Marco Antonio a preparare un’invasione. Con un esercito di centomila uomini Marco Antonio invade l’Armenia sino all’Atropatene (attuale Azarbaydjan), ma la reazione di Fraate IV lo costringe ad una precipitosa ritirata. Nell’intera operazione cadono quarantatremila legionari romani.

Qualche anno più tardi Antonio ripeterà il tentativo, rioccupando l’Armenia e spingendosi in direzione della Media, ma le incursioni saranno di breve durata ed ogni volta Armeni e Parti riusciranno a riconquistare i propri territori.

Soltanto nel 20 a.C. Fraate IV decide, di propria volontà, di restituire a Roma le insegne e buona parte dei legionari fatti prigionieri durante le fallimentari campagne di Crasso e di Marco Antonio. Tale restituzione viene considerata da Augusto, divenuto imperatore dei Romani, un eccellente successo diplomatico, che apre nuove prospettive alle relazioni fra i due imperi. In segno di amicizia, Augusto fa dono a Fraate di Musa, una giovane schiava italica, che da concubina diverrà ben presto regina dei Parti. Come segno del nuovo clima di fiducia che si è venuto a creare, i quattro figli maggiori di Fraate si recano a Roma e vi si stabiliscono.

Nell’anno 2 a.C. la giovane Musa uccide Fraate con il veleno per consentire l’ascesa al trono del proprio figlio Fraatace, e si accorda con gli Armeni perché anche nel loro regno il governante nominato da Roma venga deposto e sostituito da Tigrane. Di conseguenza Augusto organizza una spedizione militare; fortunatamente, per?, il capo di questa spedizione, Gaio, nipote di Augusto, riesce a trattare con Fraatace e a risolvere la disputa in modo diplomatico. Poco dopo, tuttavia, Fraatace (che ha scandalizzato entrambi gli imperi contraendo matrimonio con la propria madre Musa) viene ucciso, ed uguale sorte incontra il suo successore Orode III.

Le condizioni di precarietà in cui versa la monarchia inducono gli aristocratici parti a richiamare Vonone, uno dei figli di Fraate IV che risiedono a Roma. Tuttavia Vonone si è ormai troppo “occidentalizzato” per potersi reinserire appieno nello stile di vita della propria patria di origine: Artabano III, re arsacide dell’Atropatene, gli muove guerra, lo sconfigge e nel 12 d.C. si insedia sul trono dei Parti.

Le ingerenze dei Romani [TOP]
A Roma Tiberio, successore di Augusto, progetta di favorire la deposizione di Artabano (che si è rivelato abile nel rafforzare il governo centrale in Partia) per sostituirlo con Tiridate III, nipote di Fraate IV: a tale scopo avvia alcune pratiche di corruzione che ottengono come risultato la fuga di Artabano. Tiridate, accolto dapprima con favore in patria, commette per? gli stessi errori di Vonone: l’aristocrazia parta richiama dunque Artabano, che depone Tiridate e riesce anche a siglare un trattato con Roma.

Segue un periodo di instabilità nelle regioni periferiche dell’impero parto, e di lotte per la successione tra gli esponenti dei rami collaterali degli Arsacidi, in cui Roma tenta saltuariamente di ingerirsi, soprattutto al fine di tutelare i propri rapporti con l’Armenia: si ricorda per esempio la campagna del 58 d.C. promossa da Nerone, durante la quale l’Armenia ritorna in mani romane, ma viene persa di nuovo dopo quattro anni. Soltanto un compromesso diplomatico, nel 63 d.C., stabilisce che sul trono armeno si insedi il parto Tiridate, ma che la corona gli sia consegnata da Nerone in persona a Roma.

Ha inizio cos? una fase più stabile (durante la quale, fra l’altro, il re parto Vologese I promuoverà la raccolta dei testi sacri zoroastriani, l’Avesta), fase che durerà a lungo, nonostante nel frattempo la Partia debba subire le incursioni di orde nomadi (come gli Alani, a nord) e soprattutto sia travagliata da violente lotte intestine.

Nel 114 d.C., per?, un altro imperatore romano progetta di assoggettare l’impero parto. Infatti il re parto Osroe viola gli accordi stipulati con Roma a riguardo dell’Armenia, e decide arbitrariamente di deporne il sovrano; poi spedisce ambasciatori ad Atene, dove in questo momento si trova Traiano, per proporgli il proprio nipote Partamasire come nuovo re d’Armenia.

Traiano risponde con una spedizione militare e impone all’Armenia un governatore romano; poi prosegue l’avanzata verso sud, lungo i corsi del Tigri e dell’Eufrate, sino a conquistare Seleucia. Assedia quindi Ctesifonte, la capitale invernale dei Parti, e la espugna. Osroe organizza il contrattacco, e Traiano perde alcuni dei territori conquistati, tra cui la Babilonia e Ctesifonte. Infine l’imperatore romano viene costretto al ritiro, anche a causa di una grave malattia che lo condurrà alla morte a Selinunte, sul Mar Nero, nel 117. Con Traiano si conclude la fase espansiva dell’impero romano.

Il suo successore, Adriano, decide immediatamente di restituire i territori ancora in mano romana ai rispettivi sovrani legittimi; anche il trono d’Armenia ritorna ad un re parto, e per circa mezzo secolo Roma non rivolgerà più la propria attenzione verso l’impero dei Parti. Soltanto nel 165 Avidio Cassio riuscirà a saccheggiare Seleucia e Ctesifonte, per poi ripiegare (nel giro di cinque anni la situazione ritornerà allo status quo ante); e Settimio Severo, che di nuovo conquisterà Ctesifonte e ricostituirà la provincia di Mesopotamia tra il 198 e il 202, non sarà in grado di ottenere risultati più duraturi.

Il declino dei Parti [TOP]
In realtà, l’unico vero pericolo per la solidità dell’impero arsacide proviene dal suo stesso interno (con meccanismi in buona parte paragonabili a quelli che, a partire dal III secolo d.C., indeboliranno anche l’impero romano). Le satrapie, in cui i predecessori Achemenidi avevano ordinato il territorio, e che i Seleucidi avevano poi a loro volta suddiviso in eparchie, iparchie e stathmoi (sorta di centri fortificati), tendono in continuazione a trasformarsi in regni locali - tendenza che diviene sempre più intensa a partire dalla metà del primo secolo d.C., e che si accompagna all’incessante succedersi delle lotte dinastiche. All’epoca del ritiro di Settimio Severo, sebbene le legioni romane non siano riuscite ad ottenere alcuna conquista territoriale, per l’impero parto inizia una fase di declino, dovuta sia ai travagli interni, sia ai disastri causati dalle ripetute campagne belliche e dalla peste.

Mentre il re Vologese V, l’artefice della sconfitta di Settimio Severo, sta concludendo gli anni del proprio regno (muore intorno al 207 d.C.), già un regno vassallo comincia a coniare monete: si tratta della Persis - il Fars, il cuore della Persia vera e propria, che non si è mai completamente rassegnata al dominio arsacide. I discendenti di Vologese V subiscono l’attacco dell’imperatore romano Caracalla, che si spinge sin quasi alla Media, ma Artabano V (che già in precedenza aveva negato la propria figlia in sposa a Caracalla) nel 217 reagisce, contrattacca, invade la Mesopotamia romana. Assassinato Caracalla, il nuovo imperatore romano Macrino è costretto a versare un’enorme somma di denaro per stipulare la pace.

Nel frattempo, nell’area di Persepolis, Papak, figlio di Sassan, gran sacerdote di Anahita, ha sposato la figlia del locale principe vassallo dei Parti e si è impadronito del trono (210 d.C.), senza ottenere il consenso del monarca centrale. Nel 216 Papak muore, e la lotta tra i suoi due figli Shapour e Ardeshir (nome che in Occidente si conosce come Artaserse) si conclude con la vittoria del secondo. Nel 220 Ardashir porta sino in fondo la propria ribellione alleandosi con le monarchie locali della Media e dell’Adiabene, e conquistando la Mesopotamia.

Dopo due anni di scontri sanguinosi il parto Artabano viene ucciso, e nel 226, nella capitale Ctesifonte, Ardeshir è incoronato re. Alcuni tentativi di opporglisi da parte del figlio di Artabano falliscono; Ardeshir, che si proclama discendente degli Achemenidi, dà cos? inizio alla dinastia dei Sassanidi. Il loro impero, per usare le parole di James Darmesteter, si collocherà “al centro degli altri tre grandi imperi dell’epoca: Bisanzio, la Cina e l’India, punto di scambio dello spirito umano. In questo momento unico regnerà l’equilibrio fra quattro grandi civiltà cos? diverse fra loro”.

I Sassanidi [TOP]
Mentre a Roma si vivono le tremende crisi che condurranno al crollo dell’impero, nell’attuale Iran il fondatore della dinastia sassanide, Ardeshir, sostituisce gradualmente al sistema amministrativo dei Parti, caratterizzato da una suddivisione del territorio estremamente parcellizzata, un apparato fortemente accentratore, e trasforma in province i regni vassalli (come l’Elimea o il Kharacene) affidandone il governatorato ad altrettanti principi sassanidi; il mazdeismo conosce una nuova fioritura, e viene proclamato religione dello Stato in una sorta di “risposta” nazionale - legata al retaggio achemenide - all’ellenismo impostosi con Alessandro.

Nel frattempo, Ardeshir annienta l’impero kushano che premeva sui confini orientali, ed attacca, sul fronte opposto, sia Alessandro Severo, ideatore della già citata infelice spedizione militare, sia gli avamposti romani in Mesopotamia (Carre e Nisibi, nel 238), riconquistandoli. Si viene definendo con sempre maggiore chiarezza la lotta per il controllo delle vie commerciali fra il Mediterraneo e l’Oriente (dove l’impero cinese sta attraversando un periodo di crisi).

Il figlio di Ardeshir, Shapour I (nato nel 224, imperatore dal 240 al 272), si trova nel 244 a fronteggiare l’ennesimo tentativo di invasione da parte dei Romani: Gordiano III viene battuto sull’Eufrate presso il piccolo centro di Meshik, che da questo momento si chiamerà Pirouz-e Shapour (cioé “Shapour il Vittorioso”). Nove anni dopo, lo scontro con le truppe romane, guidate da Filippo l’Arabo, si ripete qualche chilometro più a nord, presso Barbalisso; e nel 259, infine, il Sassanide sconfigge ad Edessa Publio Licinio Valeriano, catturandolo e poi uccidendolo (l’umiliazione inflitta all’imperatore romano è raffigurata nei celebri bassorilievi del Nakhsh-e Rostam, nel Fars, accanto agli altrettanto famosi rilievi, di epoca immediatamente precedente, che ritraggono l’investitura del fondatore Ardeshir da parte di Ahuramazda, Dio di Zoroastro).

In seguito Shapour sviluppa con risolutezza ancora maggiore la politica espansionista avviata da suo padre. Allarga infatti i confini dell’impero sassanide includendovi i territori orientali sino alle attuali Tashkent e Peshawar, si spinge verso le odierne Georgia ed Armenia mentre, nel Golfo Persico, si annette l’attuale Oman. Se ad Ardeshir era stato riconosciuto il titolo di “Re dei re”, Shapour I viene acclamato “Re dei re dell’Iran e del non-Iran”.

L’impero sassanide si caratterizza, fra l’altro, per lo splendore delle sue architetture (palazzi, giardini a struttura geometrica e provvisti di grandi vasche ornamentali con acqua corrente) e l’eleganza delle produzioni artigianali, in particolare per i monili in argento; la ricchezza dello stile di vita proprio delle corti centrale e provinciali trae alimento dalla pesante tassazione, ma anche da un intelligente impegno per lo sviluppo dell’agricoltura, favorita da grandiosi apparati di irrigazione realizzati come opere governative: si distinguerà a questo proposito Khosroe I “il Grande”, al quale si deve un autentico capolavoro, il sistema di canali (nahrawan) lungo oltre 350 chilometri che porterà l’acqua dal Tigri sino ad est di Ctesifonte e rimarrà perfettamente funzionante per oltre mezzo millennio.

Se durante l’epoca arsacide la più caratteristica delle innovazioni architettoniche, rispetto alla predominanza dello stile greco, era stata l’iwan (cioè la sala con volta a botte e ingresso a volta di mattoni cotti), spesso ripetuta quattro volte attorno alla corte centrale di ciascun palazzo, ed adottata ancora sotto Khosroe I “il Grande”, sin dal periodo di Ardeshir si diffonde l’uso dell’arco cieco, cioè l’introduzione, sopra una base muraria quadrata, di mezze cupole in grado di dare forma ad un ottagono, sopra il quale si erige poi una cupola vera e propria (questo elemento architettonico sarà poi ripreso e ulteriormente sviluppato nella cultura islamica).

Il culmine della potenza sassanide si raggiunge con Khosroe I Anohshirvan (531-579), a tutt’oggi considerato in Iran il più grande imperatore dell’epoca pre-islamica. Khosroe I riesce a calmare le tensioni interne fra i “signori” feudali e a conferire all’impero nuova stabilità; impone un nuovo sistema fisso di tassazione, e difende con successo il mazdeismo ortodosso dalle sette eretiche che tentano di snaturarlo (tuttavia non riesce ad impedire completamente che pian piano, a fianco dello zoroastrismo, si diffondano anche i culti ebraici e cristiani in alcune aree, ed in altre diverse credenze “magiche” in vario modo interpretate dalle tradizioni popolari locali).

Le sue campagne militari sembrano inarrestabili; invade la Siria, sconfigge nel 531 uno dei maggiori generali bizantini, Belisario (che per? lo induce a firmare la cosiddetta “pace perpetua” del 532) e, nel 540, saccheggia Antiochia, terza città per importanza dell’impero romano. Ma trova sul proprio cammino espansionistico la resistenza romana, nella quale si impegna l’imperatore Giustiniano, le cui truppe, guidate ancora da Belisario, costringono Khosroe I alla pace nel 562. Nel 570 Khosroe I annette all’impero anche il lontano Yemen, e riesce a consolidare l’influenza persiana sull’Armenia.

Il figlio di Khosroe I “il Grande”, Khosroe II Parviz (590-627), non rinuncia ad attaccare l’impero bizantino, cui per altro ha in precedenza ceduto l’Armenia in cambio dell’aiuto ricevuto dall’imperatore Maurizio in difesa dei confini. Nel giro di pochi anni, pur trovandosi a dover lottare contro i Turchi, tribù nomadi guerriere provenienti dall’Asia nord-orientale che si sono appena affacciate nelle regioni anteriori del continente, riannette l’Armenia, assoggetta la Palestina, l’Anatolia, la Siria, e devasta l’Egitto. Ma, dopo la conquista di Gerusalemme nel 614, le armate sassanidi si accampano sul Bosforo, pericolosamente vicine a Costantinopoli (625): l’imperatore bizantino Eraclio, che ha promosso già dal 622 una controffensiva, le sconfigge nel 627 a Ninive e le costringe al ritiro.

L’Islam [TOP]
Mentre, durante il regno di Khosroe II, si riacutizzano le tensioni interne all’impero sassanide, disgregato dalle rivalità e dai conflitti fra i signori feudali, nella Penisola Arabica una nuova religione monoteista, l’Islam, comincia a riunire le tribù arabe sotto un’unica bandiera. Alla morte del suo fondatore, il Profeta Mohammad (632 d.C.), l’Islam va già diffondendosi nella regione mesopotamica; il primo Califfo, Abu Bakr, porta a termine la sottomissione dell’Arabia e penetra in Palestina; il secondo, Omar, conquista Damasco, sconfigge Eraclio nella battaglia dello Yarmuk e si spinge sia verso l’Eufrate e il Tigri, ad est, sia nell’Asia Minore ad ovest.

Tra il 634 e il 651 (anno in cui viene ucciso l’ultimo imperatore sassanide, Yazdgard III), dopo una serie di sanguinose battaglie, ad Ullais nel 633, a Qadisiya nel 636, a Ctesifonte nel 637, a Nahavand nel 642, a Persepolis nel 648, a Nishapour nel 651, sotto la guida di Omar e del suo successore Osman l’intera Persia viene conquistata dalle forze arabe, che nel frattempo invadono anche l’Egitto (di l? penetreranno nella Cirenaica, riusciranno a sconfiggere la resistenza berbera grazie alla superiore potenza navale, ed entro il 709 assoggetteranno il Maghreb, per poi attraversare lo Stretto di Gibilterra ed occupare la Spagna). Ormai l’Iran è entrato a far parte dell’impero islamico, la cui espansione in Palestina e lungo la fascia settentrionale dell’Africa contribuisce a sua volta, insieme alle invasioni “barbariche” dell’Europa, a concludere definitivamente l’epoca che era stata caratterizzata dalla presenza romana nel Mediterraneo.

Nel percorso di progressivo allargamento dei propri confini, l’Islam dei primi secoli entra naturalmente in contatto diretto con le altre grandi religioni presenti nell’Asia mediterranea, l’Ebraismo e il Cristianesimo; quest’ultimo, in particolare, conosce nei secoli Settimo e Ottavo una notevole fioritura anche nei territori conquistati dall’impero islamico, grazie al fatto che la religione musulmana adotta nei suoi confronti un atteggiamento di estrema tolleranza.

Per esempio, dal suo nucleo di Ctesifonte, l’antica capitale sul Tigri, la dottrina nestoriana - condannata come eretica dal Concilio di Efeso del 43, e i cui seguaci erano stati costretti dalle successive persecuzioni a rifugiarsi in Persia - pu? continuare a diffondersi verso est sino a raggiungere la Cina, e verso sud-ovest, all’interno della Penisola Arabica (tuttora la Chiesa nestoriana, o assira, conta circa duecentomila seguaci in Iraq, Siria e Iran - in quest’ultimo Paese essi sono liberi di professare il proprio credo e sono rappresentati in Parlamento - mentre i Caldei dell’Iraq non sono che gli antichi Nestoriani poi convertitisi al Cattolicesimo).

Anche i rapporti fra l’Ebraismo e l’Islam sono in questa fase improntati alla tolleranza. Nel IV secolo l’impero romano, cristianizzandosi, aveva imposto legislazioni estremamente restrittive nei confronti degli Ebrei, e questo atteggiamento era stato mantenuto dai successivi regni romano-barbarici (in Spagna addirittura i Visigoti avevano posto fuori legge l’Ebraismo): con la conquista musulmana della Spagna, nel 711, inizia invece quella che viene definita la “età d’oro” del-l’Ebraismo spagnolo.

Intanto per? nell’Islam stesso si è delineato il contrasto che porterà poi alla formazione e allo sviluppo delle due principali Scuole teologiche islamiche, la sunnita (maggioritaria) e la sciita, diffusa oggi soprattutto in Iran.

Sunniti e Sciiti [TOP]
Mentre era in vita, il Profeta Mohammad aveva più volte presentato il proprio genero Ali, figlio di colui che era suo zio e tutore, Abu Talib, e marito di sua figlia Fatemeh, come persona senza macchia, e almeno in un’occasione (al termine del “pellegrinaggio di addio”, sulla via del ritorno a Medina) come proprio successore. All’interno della prima comunità islamica si era quindi formato un gruppo che riteneva che alla morte del Profeta il califfato e l’autorità religiosa spettassero ad Ali. Ma nel momento del decesso di Mohammad, mentre i familiari ed alcuni compagni si dedicavano alla preparazione della sua sepoltura, un’altra fazione si era riunita ed aveva eletto a califfo Abu Bakr.

Il gruppo di Ali (o “fazione”, cioè Shi’ah, per antonomasia), pur contrario al metodo elettivo sulla base di considerazioni teologiche, aveva accettato il fatto compiuto per non dividere la comunità. Analogo comportamento aveva adottato due anni dopo (634), al momento dell’elezione del secondo califfo, Omar, il quale per? aveva varato alcune normative che la Shi’ah riteneva contrarie al dettato mohammadiano, aveva consentito che nella comunità musulmana affiorassero i primi conflitti che oggi si definirebbero “di classe”, e che il governatore di Damasco, Muawiyah, si lasciasse condizionare in misura sin troppo evidente dalle tradizioni e dai costumi bizantini e persiani. Omar aveva provveduto a nominare un comitato perché eleggesse il nuovo califfo al momento della sua morte.

Nel 644 Omar era stato ucciso da uno schiavo, e il governo era stato affidato ad Osman, sotto il cui califfato si erano inaspriti gli abusi dei governatori locali e di conseguenza infiammate le rivolte delle popolazioni conquistate. Per riprendere il controllo della situazione, il terzo califfo aveva chiesto l’aiuto di Ali, che gliel’aveva concesso in cambio della promessa di una serie di riforme, ma in seguito Osman non aveva tenuto fede all’impegno. Nel 658, infine, mentre ormai il baricentro politico del califfato si era spostato da Medina a Damasco (dove Muawiyah s’era ulteriormente rafforzato), nel corso di una rivolta popolare anche Osman era stato ucciso, e la comunità aveva eletto califfo Ali.

Le riforme (tese anche ad una maggiore giustizia economica e sociale) avviate da Ali avevano provocato il malcontento dei gruppi costretti ad abbandonare i privilegi goduti in precedenza; le conseguenti reazioni non si erano fatte attendere, e ne erano scaturiti scontri anche sanguinosi, dei quali aveva saputo approfittare lo stesso Muawiyah, che aspirava ormai al califfato.

Un piccolo gruppo ribelle, i Carigiti (Khawarij), sostenitori di teorie teologiche considerate eretiche e abituati a bollare - ed uccidere - come infedele chiunque non fosse d’accordo con loro, sconfitti da Ali a Nahrawan, si erano vendicati assassinando nella moschea di Kufah (nell’attuale Iraq) lo stesso Ali, nel 661.

La comunità islamica aveva allora riconosciuto califfo uno dei figli di Ali, Hassan, prestandogli il prescritto “patto di alleanza”. Tuttavia Muawiyah non si era rassegnato al fatto compiuto: alla testa di un esercito, si era diretto verso l’Iraq. Qui era riuscito ad indebolire Hassan corrompendo molti suoi sostenitori ed i comandanti del suo esercito. Di conseguenza, per evitare altri spargimenti di sangue e consolidare la pace, Hassan si era visto costretto a cedergli il califfato, a condizione che alla morte dello stesso Muawiyah esso sarebbe stato restituito ai discendenti diretti del Profeta e che la Shi’ah non avrebbe sub?to persecuzioni. Invece poco dopo, sempre nel corso del 661, Muawiyah aveva dichiarato nullo l’accordo.

Muawiyah mostra ben presto di essere intenzionato a trasformare il califfato in una monarchia; fa uccidere Hassan, perseguita i seguaci di Ali ed inaugura quindi la dinastia Ommayade (dal capostipite Ommeyya), che regnerà sulla comunità islamica sino al 750, trasferendo la capitale a Damasco e raggiungendo il culmine della potenza con Walid I (705-715), il conquistatore della Trans-oxiana e della Spagna.

Gli appartenenti alla Shi’ah, dopo l’invalidamento degli accordi, naturalmente non riconoscono il califfato di Muawiyah; già strettisi attorno ad Hassan, duramente perseguitato sino alla sua morte (671), subito conferiscono la dignità di guida a un altro figlio di Ali, Hossein, a sua volta costretto a vivere in condizioni di estrema precarietà.

Nel 680 Muawiyah muore, e grazie al sistema di alleanze e legami da lui creato suo figlio Yazid eredita il rango di califfo per la maggioranza della comunità islamica, che pure lo considera irreligioso e privo di scrupoli. Yazid esige immediatamente che anche Hossein e gli Sciiti gli prestino il “patto di alleanza”, pena la morte. Hossein si rifugia alla Mecca, e il consenso alla sua figura si allarga progressivamente, tanto che alcuni lo esortano a chiedere alla popolazione un nuovo “patto di alleanza” e ad organizzare un’insurrezione. Yazid invia alla Mecca alcuni sicari per assassinarlo; di conseguenza Hossein riparte per l’Iraq, consapevole del proprio destino ma deciso ad evitare che un massacro insanguini la Sede della Casa di Allah (la Mecca appunto).

Nel mese di moharram dell’anno 61 dell’Egira, in territorio iracheno, a circa settanta chilometri da Kufah, nella località desertica di Karbala, Hossein e i suoi seguaci vengono circondati dall’esercito di Yazid e, dopo essersi rifiutati per l’ultima volta di prestare il “patto di alleanza”, massacrati: è questo martirio l’evento culminante della storia della Shi’ah, il quale d’ora in poi costituirà per tutti i suoi seguaci il massimo punto di riferimento storico, culturale e teologico.

Gli Imam e la Shi’ah [TOP]
La tragedia di Karbala si pu? dire favorisca il diffondersi della concezione sciita, in particolare nell’Iraq, nello Yemen e nella Persia, cioè nei territori nei quali la condotta degli Ommayadi provoca nella popolazione le reazioni più forti. Gli Sciiti considerano ora come quarto Imam, guida suprema e infallibile, il solo figlio di Hossein scampato al massacro, Ali detto Zaynu’l Abidin as Sajjad, la cui madre è una principessa persiana, la figlia di Yazdgard, imperatore sassanide. Il quarto Imam si ritira a Medina, ma resta in contatto con una élite di pensatori che si occupano con successo di diffondere la dottrina sciita; muore avvelenato nel 716 d.C., per ordine del califfo ommayade Hisham.

Anche i suoi successori subiranno un destino analogo: il quinto Imam, Mohammad ibn Ali al-Baqir, figlio del precedente, viene ucciso nel 735, proprio mentre la diffusione dello Sciismo - anche a causa delle divisioni interne del califfato ommayade - conosce un’accelerazione e, favorita dall’impostazione teologica sciita, comincia a fiorire, accanto alla teologia, anche la filosofia islamica. Un certo numero di personalità sciite si trasferiscono a Qom, nell’attuale Iran, e la città diviene da quel momento uno dei principali centri di insegnamento della dottrina imamita.

Il sesto Imam, Jafar, continua ed intensifica l’impegno del predecessore a favore della riflessione filosofica, ed approfitta con successo del nuovo clima che si è venuto creando nella comunità islamica. Infatti la dinastia Ommayade è ormai in declino: già dal 720 circa, nella regione iraniana del Khorassan si è sviluppato un movimento di rivolta guidato dal persiano Marwazi, che riesce infine a rovesciare il governo della dinastia di Muawiyah, pur senza ottenere il sostegno diretto ed esplicito dell’Imam Jafar. E’ importante per? ricordare che proprio in questo periodo (la grande rivolta di Marv, in quella parte del Khorassan oggi inclusa nel Turkmenistan, è del 744) si assiste al processo di identificazione dell’identità nazionale iranica nella Shi’ah, contrapposta a quell’ortodossia sunnita che qui viene vista e sub?ta come espressione di una cultura essenzialmente araba - nei secoli successivi si verificheranno altre ribellioni tese alla riconquista dell’indipendenza.

Nel 749 il colpo di grazia agli Ommayadi è inferto da Abu al-Abbas, il fondatore della dinastia degli Abbasidi, che massacra la famiglia e la cerchia dei monarchi di Damasco, porta la capitale dell’impero islamico a Baghdad (fondata nel 762) ed in un primo periodo mostra benevolenza nei confronti dei seguaci di Ali. Il sesto Imam sciita pu? cos? coagulare attorno a sé i principali studiosi del tempo, fra i quali l’alchimista Jabir ibn Hayyan, noto in Occidente come Geber Filosofo. Ma i califfi abbasidi succedutisi dopo il fondatore, Hisham e Saffah, e soprattutto al-Mansur, promuovono nuove persecuzioni contro i seguaci di Ali, e nel 769 l’Imam Jafar viene avvelenato.

Il settimo Imam, Musa ibn Jafar al-Kazim, vissuto sotto i califfati abbasidi di al-Mansur, al-Hadi, al-Mahdi ed Haroun, subisce la medesima sorte nell’anno 804, e gli succede, come ottavo Imam, il figlio Ali ibn Musa ar-Rida.

Quando l’abbaside Haroun muore, la successione al califfato viene decisa in una guerra cruenta fra i suoi due figli: il vincitore, al-Mamun, nel tentativo di risolvere il grave problema politico posto dal continuo diffondersi dello Sciismo, nell’821 offre all’ottavo Imam la successione al califfato. Ali ibn Musa accetta con riluttanza, a condizione di non doversi occupare delle questioni di governo e amministrative; ma l’entusiasmo con cui la popolazione e lo stesso esercito salutano l’accordo, tributando consensi più che calorosi all’Imam, inducono al-Mamun a pentirsi della propria iniziativa e a far uccidere, nell’824, quello che considera ormai un temibile rivale.

Ci? nonostante, la Scuola sciita pu? approfittare delle relative libertà di pensiero e di espressione concesse da al-Mamun, il quale fra l’altro favorisce la traduzione in arabo di numerosi testi filosofici greci (operazione che si era per altro già avviata sin dal secolo precedente, cioè dopo la conquista araba della Siria, nelle cui comunità religiose di provenienza cristiana erano già diffuse le traduzioni di Aristotele, Galeno ed altri dal greco in siriaco, lingua semitica “sorella” dell’arabo), consentendo che il metodo del pensiero filosofico venga assimilato dalla cultura e dal pensiero islamico.

Il frutto di questo incontro di culture diverrà evidente nei secoli successivi, con la fioritura di pensatori quali al-Farabi, Avicenna, Suhrawardi; e quando, all’incirca dal XIII secolo d.C., la filosofia scomparirà dal mondo islamico sunnita (tranne che nell’Andalusia di Averroè), sarà la Shi’ah a tutelarne il retaggio, con figure di pensatori e teosofi quali at-Tusi, Mir Damad, Shirazi.

Nell’841 il successore di al-Mamun, l’abbaside al-Mutasim, fa uccidere il nono Imam sciita, Muhammad ibn Ali at-Taqi; le persecuzioni contro i seguaci di Ali subiscono quindi una recrudescenza, in particolare durante il califfato di al-Mutawakkil, e nell’868 anche il decimo Imam, Ali ibn Muhammad an-Naqi, viene avvelenato per ordine dell’abbaside al-Mutazz.

L’undicesimo Imam, Hassan ibn Ali al-Askari, è costretto a trascorrere in prigionia gran parte della propria esistenza: infatti ormai la Shi‘ah si è estesa in misura considerevole, possiede una forza rilevante e viene quindi sottoposta ad una repressione continua. Alla sua morte il califfo al-Mutamid tenta in ogni modo di scoprire chi sia e dove viva il suo successore, ma non vi riesce. Infatti, secondo gli Sciiti il dodicesimo Imam è il Mahdi Muntazar, ovvero “il ben guidato atteso”, incaricato di guidare l’umanità verso la definitiva perfezione e la piena realizzazione della vita spirituale, realizzando sulla terra un regno di giustizia. Il figlio dell’undicesimo Imam vive dunque in “occultazione” dapprima per settant’anni, a partire dal 939, poi entra in “occultazione” per la seconda volta, ed uscirà da questo stato per rivelarsi al mondo nel momento in cui Dio lo deciderà (tuttora gli Sciiti sono in attesa del ritorno e della manifestazione del Mahdi, chiamato anche “Imam del tempo” e “Signore dell’epoca attuale”).

Mentre tra Baghdad e Medina si verificano questi ultimi eventi, a partire dall’821 si formano in territorio persiano dinastie musulmane in vario grado indipendenti. Per esempio, tra l’892 e il 999, nella regione iranica dell’Oxus, i governatori Samanidi non si rassegnano alla sottomissione al califfato abbaside, proclamano capitale Bukhara (nell’odierno Uzbekistan) e promuovono in momenti e forme diverse la ribellione. Ma il moto di “ribellione” che parte dalla Persia non si esaurisce nell’ambito locale: tra il 945 e il 1055 (secondo altre fonti, tra il 932 e il 1062) si afferma la potestà dei Buyidi, i governatori della città di Shiraz, iranici di confessione sciita, i quali riescono ad estendere la propria influenza nelle province della Persia ed oltre, sino a Baghdad, conquistando anche l’odierno Bahrain, e condizionano, sino ad esautorarlo di fatto, il califfo abbaside in persona.

La sua stessa vastità ha infatti nel frattempo trasformato l’impero degli Arabi in un’entità multietnica resa omogenea soltanto dalla comune fede islamica. Anche il sistema di governo va ad assomigliare in misura sempre maggiore a quello tradizionale persiano; e l’affidamento delle province agli emiri favorisce la volontà di questi ultimi di rendersi autonomi e dare vita a vere e proprie dinastie locali. L’autorità politico-amministrativa dei califfi centrali si riduce progressivamente - anche nella Penisola Arabica, culla dell’Islam, molte tribù nomadi dell’interno riacquistano la propria indipendenza, e nello Yemen e nell’Oman fioriscono dinastie autonome, per la maggior parte legate alla Shi‘ah. Lo Sciismo si radica inoltre a Basrah (l’odierna Bassora, inclusa nei confini iracheni), a Tripoli nel Libano, a Nablus e Tiberiade di Palestina, ad Aleppo in Siria, a Nishapur nell’attuale Pakistan e a Harat, oggi in Afghanistan.

Dopo una serie di rivolte contro i califfi, tutte represse nel sangue, gli Sciiti Zayditi (che venerano Ali come primo Imam ma, per quanto riguarda l’interpretazione del diritto islamico, fanno riferimento alla scuola teologica sunnita di Abu Hanifah) si stabiliscono nel Tabaristan (zona settentrionale del Mazandaran nell’attuale Iran); qui, sul principio del X secolo d.C., lo zaydita Nasir Utrush, dopo anni di predicazione, ottiene la conversione della popolazione locale con il cui sostegno fonda un governo che riuscirà a mantenersi al potere per alcune generazioni (nei secoli successivi gli Zayditi non parteciperanno più ad alcuna insurrezione sino agli inizi del XX, quando l’Imam zaydita Yahya conquisterà l’indipendenza del sultanato dello Yemen dall’Impero Otto-mano e ne assumerà la guida).

Verso la fine del X secolo d.C. i Fatimidi, Sciiti ismailiti, conquistano l’Egitto e vi instaurano un califfato destinato a durare sino al 1171. All’interno dell’attuale Iran, nonostante il processo di unificazione portato avanti tra il 1000 e il 1218 dai Selgiuchidi, dall’XI al XII secolo d.C. la Shi‘ah si espande in modo costante, e si mantengono indipendenti alcuni centri di derivazione sciita: gli Ismailiti, per esempio, nella zona centrale del paese (1090-1256), o il Sadat Marashi nel Mazandaran. Ad Ardabil e Tabriz (nell’odierna regione dell’Azarbaydjan Orientale) si instaureranno le dinastie di Aqa Qoyunl (1378-1508) e Qara Qoyunl (1380-1468), il cui dominio si estenderà poi in parte verso sud, al Fars e al Kerman, ma soprattutto all’Anatolia orientale.

I Selgiuchidi [TOP]
L’XI secolo vede la fase finale del declino della dinastia abbaside, che a partire dal 1055 (anno della conquista di Baghdad) viene messa “sotto tutela” dagli invasori Selgiuchidi, dinastia di origini e lingua turche fondata dal condottiero Toqul, le cui genti nomadi provengono dalla regione adiacente alla Khorasmia (tra il Mar Caspio e il lago d’Aral) e procedono in direzione dell’Anatolia - la sconfitta dei Bizantini nella battaglia di Manzikert segnerà l’inizio del processo di costituzione dell’Impero Ottomano.

I Selgiuchidi, di religione musulmana, assumono il titolo di sultani, formalmente rappresentando i califfi abbasidi, ma in realtà lasciano loro soltanto un’autorità di natura religiosa e sovrappongono il proprio predominio amministrativo (tramite la tassazione sui terreni: proprio a Tabriz si ha la prima emissione di moneta cartacea) all’ordinamento economico e sociale islamico precedente. Va detto per? che questa gestione del territorio consente alla cultura persiano/ musulmana di continuare ad esprimersi e a fiorire.

Se già, secondo la tradizione più consolidata, il sultano Mahmud di Ghazna (nelle regioni del Khorassan iraniano e dell’odierno Afghanistan la dinastia turco-musulmana dei Gasnavidi si era liberata del dominio degli emiri persiani Samanidi, grandi mecenati presenti nella zona da quasi duecento anni, e intorno all’anno Mille aveva fondato un regno autonomo) aveva chiamato presso di sé Ferdowsi, il massimo poeta epico persiano, morto attorno al 1021-1026, nei primi anni dell’epoca selgiuchide vera e propria vivono e compongono Asadi e Gorgani, che di Ferdowsi sono i due grandi epigoni, e grosso modo allo stesso periodo risale il poema di Yusuf va Zuleikha, fino a poco tempo fa attribuito a Ferdowsi medesimo, che narra la storia del personaggio biblico di Giuseppe.

E fra i molti altri celebri letterati e poeti del tempo, dev’essere soprattutto ricordato Omar Khayyam (di cui pare abbastanza certa soltanto la data della morte, intorno al 1126), al quale il sovrano selgiuchide Malek Shah assegna l’incarico di riformare, alla testa di una commissione di astronomi, il calendario secondo i più precisi calcoli astronomici - proprio il calendario elaborato da Khayyam, secondo cui l’anno prende inizio con l’equinozio di primavera, il 21 marzo, è quello ancor oggi in vigore in Iran.

Continuano inoltre gli intensi scambi commerciali che collegano i centri interni della Persia (Tus e Neishabour a nord-est, Rey a nord, Tabriz e Ardabil a nord-ovest, Hamadan e Kermanshah a ovest, Isfahan, capitale del nuovo impero, Yazd e Shiraz nel centro, Shiraf e Hormuz sulla costa del Golfo Persico) con i grandi centri delle principali vie di scambio, da Bassora e Baghdad sino al Mediterraneo e alle città marinare della penisola italiana, ma anche verso Oriente all’India e alla Cina, e verso Occidente all’Egitto e a tutta la costa settentrionale dell’Africa.

Fioriscono, infine, l’artigianato della terracotta, del metallo intarsiato, e l’architettura: in particolare, si sviluppa la formula del minareto cilindrico, mentre si diffondono in tutto il Paese le torri funerarie, il cui esempio più celebre si trova ancor oggi a Gonbad-e Qabus (Iran nord-orientale: si tratta di un imponente monumento alto 51 metri, innalzato su una base a forma di stella); entra nell’uso, inoltre, per i palazzi, le moschee, i caravanserragli una nuova struttura, il “cortile a quattro iwan”, che consiste di quattro sale aperte disposte ciascuna su ogni lato di uno spazio centrale quadrato o rettangolare, e caratterizzate dalle alte volte a botte.

Si pu? dunque concludere che attorno all’anno Mille, mentre il Mediterraneo pu? essere a buon diritto definito “un lago musulmano”, la civiltà islamica, in particolare per quanto riguarda l’Iran, sia in piena fioritura: anche qui, e sotto alcuni aspetti in misura simile a quanto sta accadendo nella Spagna degli Almohadi, lo sviluppo culturale e urbano supera decisamente non solo quello dell’Occidente ma anche quello dell’impero bizantino.

Tra la fine dell’XI secolo e la fine del XII, tuttavia, l’impero selgiuchide, travagliato dalle lotte interne, si scinde in una moltitudine di emirati di fatto indipendenti, proprio mentre nelle steppe dell’Asia centro-orientale si va preparando l’assalto dei Mongoli (popolo di tribù nomadi che il territorio natio non riesce a sfamare), il cui movimento impetuoso verso sud e verso ovest sconvolgerà l’assetto politico non solo dell’Asia, ma anche di gran parte dell’Europa.

I Mongoli [TOP]
Nel 1167 nasce quel Temucin che dopo anni di lotta, a partire dal 1206, riesce a riunire sotto il proprio controllo le tribù mongole, sottomette quelle immediatamente confinanti, poi, nominato “supremo signore” (Gengis Khan), invade la Cina settentrionale (1211), quindi si volge a occidente, aggredisce le popolazioni della Khorasmia (l’odierno Uzbekistan) e ne distrugge il regno tra il 1220 e il 1221; infine, prima di morire nel 1227, si spinge nella Georgia e nell’Iran, travolgendo tutti gli Stati musulmani dell’Asia Centrale. Nel corso di questo processo di espansione, che costituisce anche il più ambizioso (e il meglio riuscito) tentativo da parte di popoli nomadi di dare vita ad una struttura imperiale unificata, il nucleo etnico delle tribù mongole si mescola e si integra con quello delle tribù di etnia turca a mano a mano assoggettate o entrate volontariamente nelle alleanze con il khan, sinché le componenti turche non si fanno ancora più numerose di quelle mongole originarie.

Di conseguenza la lingua turca si espande insieme con l’avanzata di Gengis Khan, e quando anche il vecchio sultanato selgiuchide di Rum (la regione turcomanna della Anatolia nota anche come Amasya-Sivas) viene letteralmente cancellato dall’invasione, si sono ormai poste tutte le premesse per la futura nascita dell’impero ottomano.

Ma una seconda, e non meno importante, conseguenza è prodotta dal dilagare di questa avanzata: le vie di comunicazione tra l’Europa e l’Estremo Oriente tornano a essere controllate da un’unica potenza, quindi vi si ripristinano le condizioni di sicurezza indispensabili perché i rapporti tra i due continenti si riallaccino e ricomincino a fiorire gli scambi, sia commerciali sia culturali - per esempio, la celebre avventura del mercante e viaggiatore veneziano Marco Polo (1254-1324) si verificherà grazie alla decisione di Papa Gregorio XI di inviare un’ambasceria a Qublay Khan, nipote di Gengis Khan, divenuto imperatore dei Mongoli al termine del conflitto armato intestino seguito alla morte del fratello Mongka nel 1260.

Proprio il Gran Khan Mongka aveva consolidato l’espansione mongola nei territori corrispondenti all’attuale Iran, spingendosi sino a Baghdad nel 1258 (e mettendo fine al califfato abbaside) dopo che suo padre Ogoday, figlio di Gengis, aveva portato a termine la conquista della Persia. Ma dopo l’ascesa al trono imperiale di Qublay l’impero mongolo perde definitivamente qualsiasi carattere unitario, frazionandosi in kanati, o dinastie - quella degli Ilkhani, al potere nella Persia invasa, durerà meno di un secolo (1256-1353).

Tale dinamica favorisce ulteriormente l’assimilazione, da parte delle popolazioni mongole, delle religioni presenti nei territori conquistati, e la loro adesione all’Islam (che Qazan Khan dichiarerà religione di Stato in Persia attorno all’anno 1300) imprime ulteriore impulso all’ampliamento degli scambi commerciali.

Questo si traduce inoltre nello sviluppo di alcune attività locali, le quali si arricchiscono delle esperienze realizzate in zone anche molto lontane: si pensi per esempio all’artigianato persiano della terracotta, che raggiunge il massimo grado di fioritura e indiscussi vertici artistici tra il X e il XIII secolo d.C., quando si cominciano ad adottare nuove tecniche, la più importante delle quali riguarda la smaltatura dorata e policromatica degli oggetti, e dalla Cina viene importato l’uso del caolino per la produzione di piatti in ceramica e porcellana come versioni avanzate delle stoviglie in semplice terracotta; anche l’arte della miniatura trae i massimi frutti dalla nuova situazione.

Al contrario, la conquista mongola produce effetti disastrosi sull’agricoltura dei Paesi assoggettati: la mentalità guerriera degli invasori e le loro abitudini nomadi si impongono nelle campagne, dove grandi estensioni di terreni coltivati o coltivabili vengono di nuovo ridotte a pascoli per greggi di pecore, ma anche per cavalli e cammelli. Si verifica dunque un esodo di massa dei coloni, mentre i sistemi di irrigazione, privi di manutenzione, cadono nel degrado, e la ricchezza generale subisce un drastico declino. Il fenomeno colpisce in particolare l’Iraq, e di conseguenza il baricentro della civiltà musulmana si sposta gradualmente verso ovest, cioè verso la Persia, nelle cui maggiori città si assiste ad un’autentica fioritura culturale.

Da Tamerlano ai Safavidi [TOP]
Il frazionamento interno dell’impero creato da Gengis Khan e l’esaurirsi del suo potere centrale conduce, lungo tutto il XIV secolo, ad una crisi progressiva dell’impero stesso, che si smembra in una moltitudine di dinastie. Della situazione approfitta un membro della nobiltà turca della Transoxiana (grosso modo corrispondente all’attuale Uzbekistan) assoggettata dal clan mongolo di Kashgaria: si tratta di Timur Lenk (“Timur lo zoppo”, meglio conosciuto in Italia come Tamerlano), che tra il 1363 e il 1365 riesce a sconfiggere il khan mongolo e a prendere il potere nella regione, facendo di Samarkanda la propria capitale. Da qui, proclamatosi discendente di Gengis Khan, egli muove per realizzare una serie di imprese e di conquiste che dovrebbero consentirgli di ricostituire un nuovo vasto impero, turco-mongolo e islamico. Dunque assoggetta la Khorasmia, poi le regioni settentrionali della Persia intorno al 1381, e in seguito l’Anatolia orientale, spingendosi sino a Mosca e all’Ucraina; a sud riesce a conquistare Delhi.

Ma il tempo del trionfo mongolo è ormai finito, e le conquiste di Timur si rivelano ancora meno durature di quelle dei suoi predecessori, a causa del convergere di una serie di nuovi fattori storici, sociali ed economici. Proprio in questo periodo, per esempio, vengono inventate la polvere da sparo e le armi da fuoco, che rendono assai meno temibili gli assalti dei feroci cavalieri turco-mongoli. Va poi aggiunto che l’invasione mongola, come si è anticipato, non ha intaccato il predominio culturale turco nelle aree in cui questo era diffuso: e dall’anno 1300 le tribù Qayi, di stirpe turcomanna, hanno ormai acquisito il potere in Bitinia, nell’Anatolia nordoccidentale, fondandovi una sorta di principato che costituirà il primo nucleo dell’impero Ottomano - il cui nome deriva appunto dal capostipite dei Qayi, Uthman (“Osman”).

Tamerlano riesce a soggiogarle soltanto per tre anni, dal 1402 al 1405, cioè sino al momento della sua morte, in seguito alla quale l’impero Timuride si sfalda rapidamente.

Nei primi anni del Quattrocento dinamiche significative interessano anche la regione nei pressi dell’odierna città turca di Diyarbakir, dove dal 1378 si sono imposte le tribù sciite degli Aqa Qoyunlu. Il loro capo, Uzun Hassan (1423-1478), dà avvio ad una serie di conquiste che, a partire dal 1453, lo renderanno signore della Persia Occidentale, dell’Azarbaydjan e del Kurdistan. Uzun Hassan tenterà poi di invadere anche l’Anatolia, movendo guerra agli Ottomani di Maometto II, ma ne verrà respinto dopo la sconfitta di Tercan (1473) - tuttavia, il confine fra impero Ottomano e dominii degli Aqa Qoyunlu non potrà essere definito con precisione ancora per molti anni.

Ma la storia della Persia di questo periodo si fa ancora più complessa: nella regione di Ardabil, a poca distanza dal Caspio, là dove l’Iran confina con l’Anatolia, si va preparando il movimento di riscossa dello Sciismo e di risposta della cultura iranica ai predomini arabo e mongolo.

Tra il 1252 e il 1334, nell’Azarbaydjan, le cui montagne avevano costituito uno dei rifugi più sicuri per gli Sciiti perseguitati, era vissuto Shaykh Safiyu‘d-Din Ardabili, maestro sufi sciita fondatore di un ordine mistico; i suoi seguaci e successori, soprattutto sotto la guida dello Sheikh Khodja Ali (1392-1429), avevano fatto della città di Ardabil una meta piuttosto importante di pellegrinaggi religiosi. Tra il 1447 e il 1460 lo Sheikh Jounaid comincia ad organizzare l’ordine dei Safavidi (dal fondatore Safiyu) anche sotto il profilo militare, ma i principi delle zone confinanti lo costringono a fuggire. Egli si rifugia in Anatolia, dove, tra il 1449 e il 1456, porta avanti un impegno di insegnamento e predicazione nell’area della Caramania, nella provincia di Tekkeh presso Antalya, passando poi nel Gebel Arsuz, nella Siria settentrionale, fra le tribù turcomanne Varsak e Turgut della Cilicia e del Tauro, e nella zona di Canik e Kastamonu fra i monti dell’Anatolia settentrionale.

Tra il 1456 e il 1459 si sposta nella città di Diyarbakir: qui trova asilo presso gli Aqa Qoyunlu e, nel 1458, sposa una loro principessa. Il figlio nato da questo matrimonio, Sheikh Heidar, si unisce in matrimonio con la figlia di Uzun Hassan, la begum Alemshah, la quale dà alla luce Shaikh Ismail.

Ad Uzun Hassan succede il figlio Yaqub (1478-1490). Alla sua morte, il regno degli Aqa Qoyunlu attraversa una fase travagliata di contrasti dinastici, creando nella regione un vuoto politico. Shaykh Ismail, a capo di un esercito il cui nerbo è costituito da una pattuglia di trecento Sufi dell’ordine Safavide, legati a lui da vincoli più o meno stretti di parentela o da colleganza religiosa, organizza dunque una rivolta nell’intento di ottenere l’indipendenza dalla dinastia; dopo aver liberato la zona sbaragliando gli avversari nelle battaglie di Shurur e di Hamadan, darà avvio alla conquista della Persia, iranizzando gli invasori timuridi, sopraffacendo l’uno dopo l’altro i feudatari locali e gli Ottomani, detentori nominali del califfato, ed unificherà il territorio dell’odierno Iran fondando (1491) una dinastia che prenderà il nome proprio dall’antenato Sufi, la dinastia Safavide.

Grazie ad una serie di conquiste Shayk Ismail non solo sottomette l’intero territorio persiano, ma dopo le vittorie di Shurur e Hamadan sui principi degli Aqa Qoyunlu avvia una sorta di attiva propaganda ideologica in Anatolia, riscotendo un successo cos? ampio che negli anni a seguire proprio i seguaci anatolici dello Sciismo safavide costituiranno il nerbo della forza militare del nuovo Stato persiano - si pu? anche ricordare come i nomi dati alle più potenti tribù turcomanne unitesi al nuovo sovrano alludano a regioni dell’Anatolia, come per esempio la tribù dei Rumlu (provenienti dalla regione di Amasya-Sivas, chiamata Rum), i Qaramanlu, i Tekkelu.

Safavidi e Ottomani [TOP]
Ci? suscita ovviamente la reazione degli Ottomani, per i quali l’espansione safavide costituisce una minaccia non solo all’ortodossia sunnita, che praticano rigidamente, ma anche all’integrità territoriale delle altre province dell’Anatolia, già tormentata dai conflitti intestini e dalle inquietudini dei Mamelucchi. Nel 1502 il sultano Bayazid II ordina la deportazione di folti gruppi di Sciiti da Tekke a due città della Morea (Modone e Corone) da poco conquistate, e respinge una protesta di Ismail, irritato perché agli Sciiti residenti in territorio ottomano viene impedito di raggiungere la Persia.

Ismail, che ha ormai consolidato il proprio potere nella Persia occidentale, avvia alcune campagne sulla frontiera del Tauro. Infatti Ala ad-Daula, principe dell’Albistan, ha dato asilo a Murad, il sovrano (di stirpe Aqa Qoyunlu) sconfitto dal Safavide nel 1503 nei pressi di Hamadan; e ha cercato di occupare la regione di Diyarbakir - che Shah Ismail rivendica per sé in quanto successore degli Aqa Qoyunlu - rifiutando per di più di concedergli la figlia in matrimonio.

Nel 1507-1508 le truppe safavidi sconfiggono Ala ad-Daula, conquistano Harput e Diyarbakir e occupano il Kurdistan. Poco tempo dopo per? Ismail è costretto a fermare l’avanzata per spostarsi verso est: infatti il khan uzbeko della Transoxiana ha invaso la provincia persiana del Khorassan.

La tregua concessa dai Persiani agli Ottomani è tuttavia di breve respiro: nel 1511, a Tekke, gli Sciiti danno vita ad una grande rivolta sotto la guida dello shah Quli, sconfiggono il beylerbey di Anatolia presso Afyonkarahisar e iniziano l’avanzata. Il gran visir ottomano Ali Pascia riesce a fermarli: nella battaglia di Kayseri perde la vita, ma muore anche lo shah Quli. I ribelli retrocedono e si rifugiano presso Ismail (che, tra l’altro, ne condanna alcuni a morte per gli eccessi di violenza di cui si sono macchiati nella loro fuga verso la città di Tabriz).

Si entra in una fase di impasse: Ismail non pu? muovere contro gli Ottomani, perché occupato sulla frontiera orientale, ma anche gli Ottomani non hanno la forza di invadere la Persia, perché dilaniati da una sorta di guerra civile generata da conflitti dinastici. Nel 1513 Ismail ac-coglie a Tabriz Murad, un figlio di Ahmed, il pretendente al trono ottomano: il sultano Selim I si convince allora che la guerra contro i Safavidi sia inevitabile, e nel 1514, dopo aver inviato una serie di spedizioni punitive in varie zone dell’Anatolia per impedire il nascere di nuove rivolte, e aver sterminato o imprigionato circa quarantamila Anatolici seguaci dello Sciismo, con l’intenzione di entrare in armi in Persia, muove verso Kayseri (dove per? Ala ad-Daula gli nega qualsiasi collaborazione), Sivas, Erzerum.

Ismail gli si fa incontro prima che giunga a Tabriz: i due eserciti si scontrano a Caldiran, e se quasi si equivalgono nel numero dei cavalieri, quello persiano non ha un’artiglieria e una fanteria in grado di reggere la potenza dei giannizzeri.

Selim riesce dunque ad entrare in Tabriz, ma qui deve fronteggiare una minaccia di sollevazione proprio da parte dei giannizzeri, che lo costringono a tornare sui suoi passi sino ai quartieri invernali di Ankara e in seguito a sciogliere l’esercito: la battaglia di Caldiran non ha prodotto cambiamenti di rilievo negli assetti territoriali persiani, ma ha reso definitivo l’assoggettamento dell’Anatolia al dominio ottomano-sunnita e preparato il terreno per la rapida espansione di quest’ultimo nel Medio Oriente (espansione che, tra il 1516 e il 1517, consente agli Ottomani di prendere sotto controllo sia i luoghi santi della Cristianità, sia le città sante dell’Islam, cioè la Mecca e Medina).

Selim preferisce ora rafforzare ed allargare il controllo sul Kurdistan, dove i feudatari locali non hanno mai accettato il controllo dei governatori inviati da Ismail sin dal 1508: la conquista ottomana della regione si completa nel 1516.

E mentre i Persiani inviano missioni diplomatiche al Cairo per sondare la possibilità di un aiuto mamelucco nell’eventualità di un nuovo tentativo di invasione ottomana, Selim - rincuorato dalle vicende del Kurdistan - decide di riprendere l’offensiva contro coloro che considera i nemici più temibili. L’ambasciatore mamelucco cerca di fermarlo: e per reazione il sultano abbandona il progetto di invasione della Persia e si dirige invece verso la Siria, di cui otterrà poco dopo la resa.

Nel 1517, dopo aver conquistato anche l’Egitto, Selim riceve la visita di un ambasciatore persiano, inviato dal Safavide (che non aveva potuto approfittare dell’alleggerimento della pressione ottomana sulla frontiera a causa di alcuni torbidi sorti nella Persia orientale) per felicitarsi dei suoi successi militari.

Mentre le tensioni fra i due imperi sembrano allentarsi, presso la città di Tokat viene ferocemente soffocata dal nuovo principe dell’Albistan la rivolta di un gruppo di Sciiti dell’Anatolia, guidati dallo shah Weli. In pratica, tra la Persia e l’impero ottomano persistono, sia pure con fasi di diversa intensità, una rivalità continua e uno stato di tensione lungo la frontiera co-mune, che tra l’altro impediranno ai sultani turchi di condurre sino in fondo la loro offensiva in Europa e nel Mediterraneo, e che Carlo V e l’arciduca Ferdinando d’Austria cercheranno dal canto loro di sfruttare.

Nel 1534 il sultano ottomano Soleiman, dopo aver concluso la pace con l’Austria, muove contro la Persia ed occupa Tabriz approfittando delle tattiche evasive dello shah Tahmasp (1524-1576), quindi avvia un’epica marcia tra le montagne sino a raggiungere e conquistare Baghdad; l’anno successivo tuttavia torna nel capoluogo dell’odierno Azarbaydjan orientale iraniano, perché sa che l’esercito rivale è sostanzialmente ancora intatto, e infine ordina la ritirata, soddisfatto di consolidare la propria egemonia soltanto sulla regione di Erzerum.

Al 1536 seguono una decina d’anni caratterizzati non tanto dalla pace, quanto dall’assenza di una vera e propria guerra tra Ottomani e Persiani, nonostante le frequenti scaramucce di confine e gli sforzi delle due corti per guadagnarsi rispettivamente l’incerta alleanza dei capi, sia musulmani sia cristiani, dell’Armenia e del Caucaso.

Solo nell’estate del 1548 Soleiman, approfittando di un conflitto interno alla famiglia dello shah, marcia di nuovo su Tabriz, che Tahmasp abbandona; quindi gli Ottomani si dirigono ad est, conquistano la fortezza di Van (già occupata nel 1534 e poi ripresa dai Persiani l’anno seguente) e ne fanno un proprio avamposto.

Ma nel frattempo Tahmasp riacquisisce il pieno controllo della monarchia, e reagisce all’invasione: seguono alcuni anni di scontri, a seguito dei quali Soleiman decide di accontentarsi della riconquista dei distretti più avanzati da cui in precedenza partivano le scorrerie persiane in Asia Minore, e nel maggio 1555, ad Amasya, viene siglato tra Ottomani e Safavidi il primo trattato di pace, che assegna l’odierno Iraq, gran parte del Kurdistan e dell’Armenia occidentale al sultano, ma Tabriz, Erivan e Nakicevan allo shah. In pratica, per qualche tempo Istanbul non insisterà nel tentativo di annettersi anche la Persia, operazione dall’esito oltremodo incerto e sicuramente onerosissima per l’impiego di uomini e mezzi.

Tuttavia non si spengono, tra l’impero Ottomano e la Persia, i vecchi motivi di tensione e diffidenza reciproca: in Asia Minore sono ancora presenti minoranze sciite, assai sospette agli occhi del sultano sunnita, e le continue contese locali nella zona di frontiera che separa i due territori, mai definita con la necessaria precisione, irritano la Porta. L’antagonismo tra i due Stati assume col tempo un carattere ancora più complesso: il sultano e lo shah rivaleggiano per conquistarsi l’alleanza dei piccoli principati, sia cristiani sia musulmani, ubicati nel Caucaso, cioè in una regione che rientra nella sfera di influenza ottomana per la sua parte occidentale, e in quella persiana per l’orientale.

L’occasione per decidere di riprendere il conflitto è offerta agli Ottomani dall’insorgere di una crisi, nello Stato safavide, durante gli ultimi anni di regno dello shah Tahmasp. I turcomanni dell’Asia Minore e della Siria settentrionale che nel passato avevano appoggiato Ismail sono ormai divenuti in Persia un’aristocrazia militare privilegiata; ma al loro interno si vanno sviluppando rivalità e antagonismi, e per di più il loro ruolo viene progressivamente offuscato dai gruppi caucasici provenienti dalla Georgia, dalla Circassia, dallo Shirwan e dal Daghestan, i quali ormai svolgono importanti funzioni sia nelle forze armate sia a corte.

Dopo la morte di Tahmasp la situazione sfocia in aperta violenza e nella morte di alcuni principi pretendenti al trono, appoggiati e ostacolati ora dall’una ora dall’altra fazione. Lo shah Mohammad Khudabandah (1577-1587) non riesce a riportare la calma: e quando, nel 1578, inizia l’offensiva ottomana, anche la lealtà dei piccoli principati del Caucaso comincia a vacillare. Il sultano ottomano Murad III decide quindi di tentare l’occupazione permanente della regione compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio.

La prima fase della guerra volge a favore del sultano, ma gli Ottomani non riescono a consolidare le conquiste ottenute. Nel 1583, dopo un periodo di incertezza, il sultano riprende l’offensiva, riconquista Tabriz (sebbene le sue truppe debbano subito ritirarsi sotto l’incalzare delle forze safavidi), e, su un altro fronte, lungo l’odierna frontiera tra Iran e Iraq, occupa il Lorestan e Hamadan, due province occidentali della Persia.

Shah Abbas I il Grande [TOP]
Intanto i contrasti che minano la monarchia safavide danno luogo a nuove violenze intestine, e nel 1587 shah Mohammad deve abdicare in favore del figlio Abbas. Questi si rende conto che gli è immediatamente necessario domare le lotte intestine che dilaniano lo Stato, ricacciare gli Uzbechi nei loro territori, e porre fine a qualsiasi costo alla guerra con gli Ottomani. Di conseguenza nel 1590 conclude la pace accettando di cedere al sultano Tabriz e le altre province già occupate dalle truppe di lui.

Tuttavia con l’inizio del XVII secolo shah Abbas I il Grande (1557-1629), il più celebre fra gli appartenenti alla dinastia dei maestri sufi safavidi, riesce a riconquistare non solo il Caucaso dagli Uzbeki, ma anche Tabriz, Baghdad e la Mesopotamia, strappandole al dominio ottomano: con il trattato di pace del 1612, e poi di nuovo con quello del 1619, dopo un vano tentativo di rivalsa che ha dato luogo a sedici anni di guerra, il sultano restituisce tutti i territori ottenuti nel 1590; un altro suo tentativo di riconquistare Tabriz fallisce tra il 1635 e il 1636, mentre tra il 1623 e il 1639 l’odierno Iraq passa più volte di mano, per essere assegnato definitivamente agli Ottomani con l’accordo di Qasr-e Shirin - la linea di frontiera predisposta da quest’ultimo trattato rimarrà so-stanzialmente invariata sino ad oggi. E’ inoltre lo stesso shah Abbas I ad acquisire ai propri territori l’isola di Hormuz, assicurandosi cos? il controllo strategico dell’ingresso al Golfo Persico.

Con questo re i Safavidi, iranici nazionalisti, adottano la Shi‘ah quale confessione ufficiale del nuovo impero; durante il periodo safavide la Persia completa la definizione della propria identità nazionale, anche in contrasto con tutte le altre realtà sunnite, ed entra nella sua fase storica “moderna”.

Shah Abbas si dimostra infatti non solo un condottiero capace, ma anche un amministratore accorto e dinamico: egli restituisce allo Stato una struttura centralizzata, ponendo forti limiti al potere dei feudatari (un’evoluzione tuttavia male accetta in alcune aree periferiche dell’impero); dopo aver posto fine a una serie di ribellioni locali e dato vita ad una nuova stabilità politica imprime grande impulso all’artigianato e alle attività commerciali consentendo che queste vengano svolte anche da cristiani (anzi, permette loro di edificare anche le chiese accanto alle necessarie strutture di lavoro), fonda numerose scuole ed università, ordina la ricostruzione, secondo un nuovo progetto urbanistico caratterizzato da splendide architetture, decorazioni ispirate agli stili antico-persiani e ampi spazi, della città di Isfahan, che diviene capitale e cuore commerciale di uno Stato tornato all’antica prosperità.

La splendida Isfahan gode di tradizioni antichissime: fondata, secondo alcuni storici, da Keykavus, secondo altri da Tahmures-e Divband, terzo sovrano di Pishdadian, ospita tuttora una rilevante minoranza ebraica che fa risalire le proprie origini ad un gruppo di immigrati qui giunti al seguito della moglie ebrea dell’imperatore Yazdegerd (399-421 d.C.). Isfahan, il cui nome deriva dal termine sassanide Aspahan, “Luogo dell’esercito”, era stata tra i principali centri abitati e sede residenziale estiva degli Achemenidi durante i secoli V e IV a.C.; raggiunta nel 640 d.C. dall’espansione arabo-islamica, governata prima dagli Ommayadi, poi dagli Abbasidi, quindi dai Buidi, occupata dai Samanidi nel 913 d.C., ed eletta capitale dai Selgiuchidi, sia pure per un breve pe-riodo, era poi stata distrutta dagli Ismailiti “Hashishin” nel XII secolo.

Salvata dalla rovina definitiva durante l’invasione mongola nel 1235 grazie alla volontà del sultano Jalal-al-Din Kharazm-shah, nel 1397 era caduta nelle mani di Tamerlano, che ne aveva massacrato 70mila abitanti. Isfahan assume infine il volto che oggi conosciamo appunto durante il regno di Abbas I Safavide (il quale tuttavia venne sepolto a Kashan), quando si trasforma in una delle maggiori metropoli dell’epoca, grazie ai suoi seicentomila abitanti.

Un analogo sviluppo di ricostruzione e valorizzazione mostrano in epoca safavide anche altre città persiane, da Tabriz a Shiraz, a Mashhad a Qom - le ultime due divengono ben presto i principali luoghi santi dello Sciismo, dopo Najaf e Karbala (oggi in territorio irakeno), che nel 1638 verranno riconquistate dagli Ottomani.

Ma insieme a quest’opera di consolidamento delle radici culturali e di promozione della creatività nazionale, i Safavidi - in particolare Shah Abbas I - non trascurano i rapporti con quel “resto del mondo” che esiste al di là delle terre dominate dagli Ottomani: ovvero, con l’Europa.

Nell’ambito di questa strategia, intensificano quindi i rapporti diplomatici con la Spagna, il Portogallo, le corti di Russia e degli Asburgo; ed ottengono in risposta un’attenzione altrettanto intensa. L’Europa invia un gran numero di ambasciatori in Persia, che al loro ritorno descrivono un Paese certamente “strano” quanto a costumi e usanze, ma assai civile ed evoluto nei caratteri dell’impegno culturale e dell’ospitalità.

Nel rifiorire degli itinerari commerciali assume estrema importanza Hormuz, che dai secoli precedenti si è andata affermando come uno dei più grandi centri di transito del commercio delle spezie (oltre che delle sete e dei tappeti persiani): l’Europa, infatti, dipende dai Paesi produttori di spezie per l’importazione di questi importanti accessori gastronomici e di vari coloranti e prodotti da cosmesi, cos? come dipende da Samarcanda e Tabriz, cioè dalle “vie della seta”. Dai tempi dell’espansione mongola, dal porto di Malacca partono le spezie per il Malabar indiano, dove le merci vengono acquistate da mercanti arabi, indiani e persiani che le inoltrano verso l’Europa appunto tramite Hormuz (e Aden). Proprio in Hormuz vengono coniate e messe in uso le prime monete conosciute come “larini”, dal nome della città persiana di Lar: si tratta di sottili cavi d’argento piegati in due e quindi impressi con matrici circolari o rettangolari. Il larino d’argento - gli esemplari più pregiati sono quelli emessi dai sovrani safavidi - è probabilmente la prima valuta internazionale utilizzata per gli scambi commerciali in tutta la regione dell’Oceano Indiano tra il XVI e il XVIII secolo.

Ma il crollo dell’impero mongolo, e poi l’ascesa della dinastia Ming, rigidamente isolazionista, in Cina, causano la graduale obsolescenza delle vie commerciali terrestri eurasiatiche; vengono via via abbandonate anche le “vie della steppa” sulle quali si basa il commercio anseatico e baltico; infine le epidemie di peste, il brigantaggio e il clima di precarietà dovuto ai conflitti diffusi impoveriscono anche il flusso mercantile tra Hormuz e il Mar Nero.

Verso la fine del XV secolo, quindi, l’Europa avverte la necessità di cercare itinerari alternativi, soprattutto in Africa. Ma la vera “svolta”, ovviamente, ha luogo con la scoperta colombiana del Nuovo Continente: la successiva espansione europea genera non solo il nuovo sviluppo degli scambi intercontinentali, ma anche l’avvio della graduale trasformazione del commercio tradizionale di “beni di lusso” in moderno commercio di massa di merci di prima necessità fondato sulla specializzazione economica regionale e sul progressivo estendersi di determinate colture al di fuori dei territori originari. Mentre dal Nuovo Mondo giungeranno in Europa il mais e le patate, dal canto loro il frumento della regione iranica e la canna da zucchero della Mesopotamia si diffonderanno sino alle Americhe e all’Oceania.

Le nuove potenze europee [TOP]
Protagoniste della nuova espansione europea, anche dal punto di vista commerciale, non sono più soltanto le città marinare italiane. Sono i Portoghesi, i cui possedimenti comprendono vari gruppi di isole nell’Atlantico e nel Golfo di Guinea e alcuni centri commerciali africani di importanza nodale per il commercio degli schiavi e dell’oro, i più alacri e spregiudicati nel tentativo di diventare i massimi fornitori di spezie per il Vecchio Continente e di monopolizzare il commercio marittimo con l’Oriente; nel 1507, approfittando del fatto che la Persia è una potenza essenzialmente terrestre, il comandante Alfonse de Albuquerque occupa fra l’altro anche l’isola di Hormuz, dove, nonostante la forte resistenza locale, i Portoghesi si arricchiscono anche estorcendo con violenze e minacce il pagamento di pesanti dazi alle navi che intendono transitare attraverso lo stretto. Tuttavia Lisbona non riuscirà mai ad imporre pienamente il proprio controllo sui mercanti asiatici, e anche le incessanti rivolte che scoppiano in Hormuz mettono spesso in difficoltà la piazzaforte. E sul finire del secolo, mentre l’Europa mediterranea comincia a subire un processo di involuzione sociale ed economica, anche la dominazione portoghese sul Golfo Persico viene ben presto minacciata da due potenti rivali: Inghilterra e Olanda.

La Compagnia Inglese delle Indie Orientali viene fondata nel 1599; tre anni dopo nasce la Compagnia Olandese delle Indie Orientali; ed entrambe le potenze prendono contatto con i sovrani safavidi - con il consenso di questi ultimi una piccola sede distaccata della Compagnia inglese entra in attività sull’isola di Jask nel 1619, poi sempre con la loro tacita approvazione i Britannici riescono a cacciare i Portoghesi da Hormuz dopo averli sconfitti in uno scontro navale.

Soprattutto gli Inglesi, infatti, sono molto interessati ad una merce specifica, le sete persiane: queste sono monopolio regio, e già per un certo periodo lo shah ha pensato di deviare il loro commercio dalla via del Levante, controllata dagli Ottomani, e di passarle ai Portoghesi di Hormuz; l’arrivo degli Inglesi gli offre una occasione anche migliore per mettere in atto il suo progetto.

Cos? nel 1622 i Persiani assediano il forte portoghese di Kishin e, raggiunti qui da una flotta inglese, partono con essa all’assalto di Hormuz, che cade nel 1623. Si tratta di un vero e proprio disastro per i Portoghesi, i quali, pur portando avanti le loro selvagge scorrerie nel Golfo Persico, accompagnate tra il 1630 e il 1640 da forti scontri navali con Inglesi e Olandesi, non riusciranno più a ristabilire la propria egemonia nella regione.

Dopo la caduta di Hormuz, e dopo che i Britannici si insediano anche nella città costiera di Gombrum (l’odierna Bandar Abbas), ormai diventata un centro commerciale ancora più importante dell’isola nello Stretto e terminale settentrionale delle rotte inglesi che transitano per Bombay, la Persia si rivela il miglior mercato asiatico per le merci inglesi. Nel contempo, gli Inglesi discutono con gli Olandesi il progetto di deviare l’intera produzione della seta sulla rotta del Capo di Buona Speranza: ma in ogni caso, dopo la caduta di Hormuz le due Compagnie sviluppano un’attività tanto intensa da danneggiare seriamente il vecchio commercio delle sete del Levante.

Gli Olandesi si assicurano la maggior parte delle forniture, ma nel 1640 le spedizioni inglesi superano le loro, ed essi - anche a causa del deteriorarsi dei rapporti con lo shah - si volgono alle sete cinesi. Dopo il 1713 la Persia rimarrà, insieme con la Turchia, il principale fornitore dell’Inghilterra per quanto riguarda la seta greggia.

Ma anche la Russia conduce un attivo commercio con le sete persiane, scambiate con le pellicce. Un traffico diretto, anche attraverso il Caspio, con la regione persiana del Gilan (attuale capoluogo Rasht), grande produttrice di sete, si è avviato dopo che nel 1555 Ivan IV il Terribile ha conquistato il khanato di Astrakhan, e stretto una tacita alleanza con lo shah in funzione anti-ottomana; ci? condurrà ad un ampio trattato commerciale tra i due Paesi nel 1717.

Ci? nonostante, il graduale abbandono delle tradizionali vie terrestri del commercio da parte degli Europei genera anche nell’Impero safavide una crisi economica che si fa con il tempo sempre più grave, e alla quale gli shah successori di Abbas I non riusciranno a rispondere se non appesantendo la tassazione, quindi impoverendo ulteriormente le regioni rurali e suscitando malcontento e ribellioni.

Soprattutto, Inglesi e Olandesi sono le due potenze economiche più forti (e politicamente più spietate) presenti nell’intera regione di cui la Persia è il cuore ancora indipendente; di norma per? le forze non sono pari a quelle britanniche, sostenute da una flotta molto più potente e da una presenza più formidabile nella regione del Golfo Persico. L’azione di entrambi nella regione diviene comunque sempre più massiccia, soprattutto verso la fine del XVII secolo.

Gli Afgani e i Russi [TOP]
Considerato che nella seconda metà del XVI secolo le lunghe guerre condotte contro i Safavidi e contro gli Asburgo hanno dissanguato l’Impero ottomano (con la pace di Zuhab del 1639 questo ha perso sei province persiane e la Georgia) , e che dopo la morte di Abbas I anche la dinastia safavide entra in una fase di declino, si pu? concludere che alle soglie del XVIII secolo il mondo islamico sia ormai passato dalla tendenza espansiva a posizioni difensive.

Indeboliti da rivalità e contrasti interni, da pressioni esterne e da una grave crisi economica, intorno al 1715 i Safavidi si trovano a dover far fronte a un’ondata di rivolte fomentate da Afghani e Uzbechi nel nord-est, dai Curdi a occidente e dagli Arabi nel sud. L’ultimo shah safavide, Hossein, chiede l’aiuto degli Ottomani, i quali intervengono, nel 1722, soltanto perché lo zar di Russia sta movendo le proprie truppe verso l’Astrachan. Ci? tuttavia non impedisce che i Safavidi vengano infine sconfitti durante l’invasione afghana dello stesso anno, quando un piccolo ma ben addestrato esercito di Afghani raggiunge le porte di Isfahan, sconfigge la grande armata safavide, provoca un milione di morti, opera la completa distruzione di Isfahan e mette fine alla loro dinastia.

Hossein viene fatto prigioniero ed abdica; suo figlio Tahmasp gli succede come shah in esilio e si stabilisce nelle regione del Mazandaran (costa meridionale del Caspio), dove nuclei consistenti delle tribù Qajar e Afshar si coagulano sotto la sua bandiera. Tahmasp è costretto per? nel 1724, dopo molti e complicati contatti diplomatici, a cedere alla Russia tutte le altre province persiane ubicate lungo le coste occidentali e meridionali del Mar Caspio - questa conquista, che è l’ultima di Pietro il Grande, non si rivelerà tuttavia duratura: fra le truppe russe di stanza nell’area acquisita, gran parte della quale non viene mai effettivamente occupata, le malattie continueranno a provocare numerose perdite, cos? che nel 1732, sotto la principessa Anna, la Russia si troverà a dover abbandonare quei territori.

Per un certo periodo di tempo la Persia si trova dunque minacciata tanto dagli Ottomani quanto dai Russi, che nel loro processo di espansione si fanno avanti nei territori settentrionali e occidentali persiani per impadronirsi delle spoglie dell’impero e in seguito si spartiranno le sue province caucasiche. In particolare, nel corso del XIX secolo le armate russe completeranno l’annessione di tutta l’Asia settentrionale; il controllo sulle tribù nomadi a est del Caspio sarà assicurato con la costruzione di capisaldi fortificati (quella che oggi si chiama Almaty, la capitale del Kazakhstan, sarà fondata per questo scopo nel 1854 con il nome di Vernyy); il dominio russo sul Caucaso verrà completato con una serie di campagne militari tra il 1857 e il 1864, e l’uno dopo l’altro verranno assoggettati i kanati uzbeki (Kokand, Buchara, Khiwa), cos? come i nomadi Turkmeni e le popolazioni montanare del Tajikistan e del Kirgizistan.

Gli Afshar [TOP]
Gli Afghani si rivelano comunque incapaci di gestire un impero ancora tanto immenso; e nel 1729 sale al potere Nader Quli, originario del Khorassan, che è stato un generale safavide ed appartiene agli Afshar, una delle tribù unitesi all’ultimo Safavide. Nader prende il comando dell’esercito e scaccia gli Ottomani e gli Afghani dalla Persia (tra il 1743 e il 1745, con la vittoriosa battagli di Kars), riconquistando anche la Georgia, lo Shirwan e l’Armenia. Si insedia quindi come shah, nel 1736, fondando la dinastia degli Afshar, e diventa l’ultimo conquistatore d’Oriente. Infatti, per difendere le frontiere orientali avvia immediatamente una campagna bellica contro gli Afghani, e conquista la regione di Kandahar (dove sono insediate le turbolente tribù afghane Ghilzai), grazie anche all’appoggio insufficiente fornito da Delhi al governatore moghul della zona. In due anni lo shah completa la conquista della regione acquisendo anche Ghazni e Kabul.

La situazione di anarchia in cui si trova l’India in questo periodo induce poi Nader shah ad invadere anche questo Paese (1738): forzato il passo di Kyber, l’esercito di Nader - circa centomila uomini - dilaga nella pianura fino a Jamrud e occupa il Peshawar, attraversa l’Indo e conquista Lahore. Nel febbraio 1739, con la battaglia, o meglio il massacro, di Karnal, le forze indiane, pur superiori numericamente, vengono travolte, e i Persiani si impadroniscono della stessa Delhi. Nader riesce anche a domare nel sangue la rivolta della città (la relazione persiana sulla battaglia, il Djahan-kusha-e Naderi, parla di trentamila morti). Solo nel maggio 1739 lo shah si accinge a tornare in Persia: in questa singola campagna, che per l’impero Moghul è un colpo fatale e pressoché definitivo, è riuscito ad acquisire, oltre che tutti i territori ad occidente dell’Indo, un enorme bottino di ricchezze e tesori, tra i quali il leggendario Trono del Pavone e il diamante Koh-i Nour. Sceglie quindi Mashhad (il capoluogo del Khorassan) come capitale di quello che sembra ormai un nuovo vasto impero e - probabilmente nel tentativo di riappianare i rapporti con gli Afghani - privilegia i sudditi di religione sunnita piuttosto che quelli di religione sciita. Si comporta da despota, e viene infine ucciso dai suoi stessi cortigiani (1747): quanto ha conquistato si disgrega immediatamente dopo la sua scomparsa, e per i successivi cinquant’anni la storia iraniana sembra sprofondare nella confusione.

Gli Zand [TOP]
Ha inizio infatti una lotta fra tre poli: i discendenti di Nader shah, la famiglia degli Zand e la tribù dei Qajar. Per qualche tempo Shahrock, nipote sia di Nader sia del Safavide Hossein, conserva nominalmente il trono di Mashhad, ma, reso cieco e saltuariamente rinchiuso in una sorta di prigione, non esercita alcun potere effettivo. Nel 1750 Karim Khan Zand, dell’omonima famiglia, meglio conosciuto come Vakil (il Reggente), assume il potere direttamente e fonda la dinastia Zand, con capitale in Shiraz (città che egli provvederà ad abbellire con molti raffinati edifici, e dove diverrà il mecenate di più di un poeta).

Intanto Ahmad Shah Durrani proclama (1752) l’indipendenza dell’Afghanistan, che avrà come ultima conseguenza la separazione formale tra Afghanistan e Persia a metà del XIX secolo.

Il governo di Karim Khan, che non si fa proclamare shah e rimane una delle poche figure del secolo tuttora ricordate con favore dagli storici iraniani, dura per vent’anni, sino al 1779: si tratta di un periodo di pace e di nuova prosperità per tutto il Paese - se si esclude la regione del Khorassan, cioè l’area di cui è capoluogo Mashhad. Nel corso del XVIII secolo, inoltre, grazie anche alla volontà di Nader Shah Afshar di potenziare la flotta, le forze iraniane riescono a riaffermare la propria presenza nel Golfo Persico, conquistando finalmente le isole di Muscat e Bahrain. Nelle città costiere di Bushehr e Bandar Abbas si costruiscono cantieri navali. Nel frattempo, le rivalità fra Britannici e Francesi per il controllo dei commerci con l’India sfociano in una guerra che inevitabilmente coinvolge Bandar Abbas ed altre città costiere iraniane. Presto Karim Khan deve muovere guerra ai Britannici, che nel 1770 tentano di penetrare in Persia installandosi a Bassora, e nel 1775 riesce a prevalere riconquistando la città, ma la vittoria è fragile: con il crescere del potere dei Britannici nel Golfo Persico, anche gli Arabi della regione cadranno in misura crescente sotto il loro controllo.

I Qajar [TOP]
Quando Karim Khan muore, ottantenne, i Qajar danno vita ad una dura lotta per la conquista del potere, che durerà quindici anni.

Nel 1779 il capo turcomanno Agha Mohammad Khan Qajar, che molti anni prima era stato castrato dai discendenti di Nader, attacca gli Zand in armi, poi con l’inganno, e infine li massacra, prima a Kerman e più tardi a Bam. Qui cattura il giovane Luft-Ali Khan, l’ultimo erede di Karim. Agha Mohammad si impadronisce cos? di Teheran, quindi del resto della Persia; nel 1787, alla conclusione di una fortunata campagna contro la Russia, viene proclamato shah, e scegliendo come capitale Teheran fonda la dinastia dei Qajar, che durerà fino al 1924. In seguito egli riconquista anche Mashhad, commettendo terribili atrocità contro lo stesso Shahrokh. In effetti, Agha Mohammad si ricorda come uno dei sovrani più brutali ed odiati; ma riesce se non altro a porre fine ad un lungo periodo di anarchia, e quindi a condurre campagne vittoriose contro i nemici esterni, finché, nel 1797, viene ucciso sul campo dai suoi stessi attendenti personali.

Minacciati dalla Russia a nord e dagli Inglesi a sud, almeno all’inizio i Qajar cercano di mantenere una linea di condotta tale da salvaguardare l’autonomia della Persia sia pure soltanto formalmente. Ma non riescono a contrastare le opposte ambizioni di Gran Bretagna e Russia, che come si vedrà si accorderanno, nel 1907, per la spartizione del Paese in sfere di influenza. L’intera regione è ormai diventata campo di battaglia per le principali potenze europee.

Sotto i successori di Agha Mohammad, ovvero Fath Ali shah (1798-1834). Mohammad shah (1834-1848), Naser ad-Din shah (1848-1896), Mozaffar ad-Din shah (1896-1907), Mohammad Ali shah (1907-1909), e Ahmad shah (1909-1925), la Persia - l’Iran - va incontro a rilevantissimi cambiamenti, passando dal Medioevo all’epoca moderna: e in questo percorso di trasformazione diviene sempre più chiara l’importanza geopolitica del Paese nel contesto internazionale, carattere che ne farà il campo di espansione e di scontro tra le maggiori potenze in reciproca rivalità, tanto che sarà proprio tale rivalità, più che la forza, quasi inesistente, della dinastia Qajar, insieme alla capacità di resistenza dell’intera nazione, a consentirgli di conservare, almeno sul piano formale, la propria indipendenza.

Certo, tra il 1798 e il 1925 l’Iran viene continuamente costretto a cedere porzioni di territorio ai Paesi confinanti, sotto la pressione crescente delle nazioni europee, in particolare della Russia zarista e della Gran Bretagna - all’inizio del XIX secolo anche gli inviati francesi di Napoleone in Iran tentano seriamente di stabilire un proprio punto di appoggio nel Paese come pure nella regione del Golfo Persico: ma non impensieriscono i Britannici, che già dominano l’Oceano Indiano, e infine riescono a cacciarli dalla zona, soprattutto dopo la morte di Napoleone. Anzi, durante la prima metà del XIX secolo la Gran Bretagna riesce a rinsaldare il controllo sul Golfo Persico, e ad estendere quindi i propri interessi commerciali con il pretesto di combattere la tratta illegale degli schiavi e la pirateria marittima che nello stesso Golfo Persico si erano largamente diffuse.

Durante il regno di Fath Ali shah le rivendicazioni persiane in tutta l’area caucasica (le odierne repubbliche dell’Azarbaydjian, per esempio, dell’Armenia e del Daghestan) vengono messe in discussione dai Russi in una lunga lotta, che termina solo con il Trattato di Golestan (1813) e il Trattato di Turkamanchai (1828), con i quali l’Iran deve cedere tutte le sue province caucasiche. Anche a oriente l’Harat, la valle del riso sul fiume Hari Rud, un tempo inclusa nell’antico impero persiano, è conquistata dall’Afghanistan quando, dopo una serie di campagne, i Britannici intervengono a suo favore, e l’indipendenza dell’Afghanistan viene riconosciuta nel 1857.

Il Ventesimo secolo [TOP]
Sul finire del XIX secolo e nel primo scorcio del XX l’Iran e il Golfo Persico acquisiscono un’enorme importanza politica e strategica per i Britannici. La Gran Bretagna si trova ora costretta a cercare di rimanere a tutti i costi, ed il più a lungo possibile, non soltanto in Iran, ma nell’intera regione. D’altro canto, lo sviluppo dei rapporti con la Gran Bretagna aprono alla corte e all’alta burocrazia nuovi orizzonti per lo sfruttamento delle ricchezze del Paese, e le concessioni, in genere monopolistiche, per lo sfruttamento di questa o quella risorsa naturale appaiono un modo facile e indolore di assicurarsi cospicue entrate. Nel 1980, per esempio, lo shah assegna a un concessionario britannico il monopolio della concessione del tabacco.

Ma nel contempo l’influenza europea contribuisce a produrre importanti cambiamenti all’interno del tessuto sociale della Persia. La concessione del tabacco suscita un vasto movimento di opposizione, sostenuto non solo dal ceto dei mercanti e da quella parte del clero che non si è assimilata alla Corte e rifiuta l’ingerenza britannica, ma anche dai giovani iraniani figli di possidenti e latifondisti, che recatisi in Europa per studiare avevano conosciuto da vicino la struttura e i caratteri dello Stato-nazione, i sistemi organizzati in conformità ad una specifica Costituzione, i vantaggi della legittimità “nazionale” e della sovranità legale. L’agitazione riesce a stimolare una reazione popolare tanto forte che lo shah si vede costretto a revocare la concessione. La revoca inferisce un colpo grave al prestigio del regime; nel 1896 lo shah Nasir ad-din viene ucciso.

Ma sotto il suo successore, Mozaffar ad-din, la situazione che aveva provocato il malcontento rimane immutata, anzi si aggrava, provocando proteste sempre più estese contro lo sfruttamento straniero, la corruzione della classe dirigente e il malgoverno. I fermenti giungono al culmine tra il 1904 e il 1905, finché il movimento costituzionalista riesce ad ottenere dallo shah il varo di una Legge Costituzionale (1906) e l’istituzione di un Parlamento. La Rivoluzione Costituzionale costituisce un tentativo, come si è detto fortemente influenzato dalla diffusione delle idee europee, di rendere moderno il sistema politico di governo in Iran, in primo luogo determinando e rafforzando la sovranità della legge. Tuttavia, poiché nel contempo l’economia iraniana non passa dall’agricoltura all’industria, e l’emergere del fenomeno “petrolio”, scoperto nel 1908, rende il governo autocratico e rentier, contraddicendo la tendenza alla partecipazione popolare nella sfera pubblica, il costituzionalismo non riuscirà a radicarsi.

Nel frattempo, il ruolo dei Britannici nel Golfo Persico e nel Medio Oriente viene deliberatamente giocato nella forma di un’aggressiva politica espansionistica per l’acquisizione del controllo diretto della regione, e la rivalità fra Britannici e Russi per l’egemonia sul Paese, acuitasi dopo la scoperta del petrolio, sfocia nel 1907 in un accordo anglo-russo (annullato poi dopo la Prima Guerra Mondiale) che divide l’Iran in sfere di influenza. Nel giugno dello stesso anno il nuovo shah Mohammad Ali scioglie il Parlamento e abroga la Costituzione. Alcuni caratteri propri del mondo dispotico divengono attori locali, in un alternarsi di fasi drammatiche e violente – che si protrarranno in pratica sino al colpo di Stato di Reza Khan, organizzato dai Britannici nel 1925, che reintrodurrà in misura piena l’assolutismo dispotico, garantito per la sua stabilità e permanenza dalla potenza straniera.

Il periodo che precede il primo conflitto mondiale è segnato da forti difficoltà politiche e finanziarie. Nel 1911 Morgan Shuster, un finanziere statunitense, viene chiamato a svolgere il ruolo di consigliere finanziario e tesoriere generale dell’Iran, ma i contrasti con i Russi portano al fallimento e alla fine della sua missione nel 1920. Durante la guerra l’Iran viene occupato dai Britannici e dai Russi ma rimane neutrale, e dopo la fine delle ostilità viene ammesso alla Società delle Nazioni come membro fondatore. Nel 1919 la Gran Bretagna impone al Paese un accordo commerciale in cui l’indipendenza dell’Iran è riaffermata sul piano formale ma negata nella sostanza: Londra si assicurerà il controllo della Anglo-Iranian Oil Company, ottenendo l’accesso a quote maggiori di altre concessioni, e imponendo di fatto all’Iran lo status di un protettorato.

I Pahlavi [TOP]
Nel 1921, quando l’Iran è ormai allo stremo delle forze, mentre dilaga il caos e i monarchi non sono più in grado di gestire la situazione, i Britannici, per i quali il nuovo monarca Ahmad shah è divenuto un peso e il Parlamento costituisce un potenziale ostacolo, approfittando del fatto che l’influenza russa si sta affievolendo anche in conseguenza del crollo del regime zarista, organizzano un colpo di Stato: Reza Khan, un ufficiale della brigata cosacca dell’esercito, rovescia la dinastia Qajar, e impone una dittatura militare. In seguito (1925) Reza Khan costringe quanto rimane del Parlamento a deporre Ahmad shah, si proclama shah a propria volta e fonda la nuova dinastia dei Pahlavi, mantenendosi al potere sino al 1941 con metodi da despota assoluto. Nel 1935 la Persia assume ufficialmente il nome di Iran.

Nel 1941, due mesi dopo l’invasione tedesca della Russia, forze britanniche e russe occupano l’Iran. Il 16 settembre Reza shah, che la Gran Bretagna ritiene ormai troppo vicino a Hitler perché rifiuta agli Alleati il permesso di attraversare l’Iran con materiali bellici, viene costretto ad abdicare in favore del figlio Mohammad Reza, mentre entrano in Iran, occupandolo, le truppe alleate, soprattutto statunitensi, ufficialmente per gestire la consegna di rifornimenti di guerra ai Russi; Reza shah morirà in esilio, in Sud Africa, nel 1944. Si avvia cos? il processo, graduale ma irreversibile, per cui all’influenza – e ingerenza – britanniche sull’Iran si sostituiscono quelle americane.

Alla Conferenza di Teheran del 1943, la Dichiarazione di Teheran, firmata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia garantisce formalmente l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Iran. Tuttavia Mosca, in risposta al rifiuto iraniano di garantirle concessioni petrolifere, fomenta nelle regioni settentrionali del Paese una rivolta che sfocia nella creazione di due governi-fantoccio locali, la Repubblica Popolare dell’Azarbaydjan e la Repubblica Popolare Curda, i cui capi sono direttamente controllati dai Russi (dicembre 1945).

Poiché le truppe russe rimangono nel Paese anche dopo il decadere, nel gennaio 1946, di un trattato che era stato firmato durante la guerra e che aveva consentito anche la presenza delle truppe britanniche e statunitensi, l’Iran protesta vivacemente presso le Nazioni Unite; quattro mesi dopo Mosca ritira i propri militari, dopo aver ottenuto da Teheran una promessa di concessioni petrolifere. I governi filo-russi del nord, che non godono dell’appoggio popolare, vengono deposti dall’esercito iraniano verso il finire dell’anno, e le concessioni promesse a Mosca non vengono ratificate.

Ma la società iraniana non si è rassegnata a soggiacere alla monarchia, che nel frattempo ha consolidato la propria dipendenza dagli Stati Uniti e gestisce le risorse del Paese nell’esclusivo interesse straniero. Nel 1951 il Movimento del Fronte Nazionale, guidato dal primo ministro Mossadeq, ottiene dal Parlamento la nazionalizzazione dell’industria petrolifera e istituisce la Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio (NIOC), che comincia a incamerare a favore del Paese, e non più delle multinazionali (le famose Sette Sorelle) gli introiti del greggio, nonostante i boicottaggi subito messi in atto da Americani e Inglesi creino problemi economici sempre più gravi.

Lo shah spodesta Mossadeq nel 1952, ma il leader, amatissimo dalla popolazione iraniana, riconquista rapidamente il potere. Mohammad Reza Pahlavi fugge in Italia; ma nell’agosto 1953 un colpo di Stato, organizzato dagli Stati Uniti per mano della CIA, rovescia Mossadeq e lo shah ritorna sul trono. Ha inizio un periodo di repressione durissima che perdurerà, aggravandosi ulteriormente, fino al 1979 (la legge marziale verrà abrogata solo nel 1957, dopo sedici anni dalla sua introduzione, per poi essere rimessa in vigore nel 1978). Nel 1954 Teheran permette a un consorzio internazionale di compagnie petrolifere britanniche, statunitensi e francesi di ricominciare a gestire i giacimenti iraniani di greggio; quindi l’Iran aderisce al Patto di Baghdad (più tardi ridenominato cento, Central Treaty Organization) progressivamente intensificando la propria dipendenza dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti.

Il modo in cui lo shah gestisce l’economia nazionale impoverisce il Paese, nonostante alcune parvenze di riforma, come la cosiddetta “Rivoluzione Bianca” avviata negli Anni Sessanta; e la creazione di un partito politico, l’unico consentito, organico alla Corte non riesce a conferire al quadro politico interno neppure l’apparenza di una democrazia. Repressione e impoverimento spingono la popolazione alla protesta: le rivolte iniziano a metà del 1963, quando moti diffusi su tutto il territorio e guidati da un leader religioso, colui che molti anni dopo sarebbe stato conosciuto come Ayatollah Khomeini, sfociano nel sangue. Ma gli Stati Uniti, che hanno bisogno di un punto di riferimento fedele nell’area, rafforzano il potere di Mohammad Reza Pahlavi e trasformano in breve l’Iran nel proprio “gendarme del Golfo Persico”, ovvero nella più forte potenza militare regionale.

La Repubblica Islamica dell’Iran [TOP]
Ma il fermento popolare non si estingue. Nel corso del 1978 le proteste si intensificano in tutto il Paese, e lo shah risponde inviando le forze dell’ordine e l’esercito a reprimere i moti nel sangue. Nell’autunno, in coincidenza con le ricorrenze religiose della Tasu’a e dell’Ashura, che commemorano il martirio dell’Imam Hossein, milioni di persone scendono in pazza, unendo forze e ideologie diverse sotto la leadership dell’Ayatollah Khomeini e chiedendo “Indipendenza, libertà, repubblica islamica”; le successive ricorrenze di lutto per le migliaia di uccisi costituiscono altrettante occasioni di rivolta. Nel gennaio 1979 lo shah è costretto a fuggire. Pochi giorni dopo l’Ayatollah Khomeini torna in Iran dal lungo esilio. In aprile un plebiscito popolare esprime favore alla nuova Repubblica, e in dicembre un’altra votazione largamente maggioritaria approva la nuova Costituzione.

La reazione del contesto internazionale non si fa attendere. Nel settembre del 1980 l’Iraq, appoggiato, se non addirittura sollecitato, dagli Stati Uniti e dai loro alleati muove guerra all’Iran occupandone fasce di territorio. L’aggressione per? ottiene soltanto la riunificazione di tutte le componenti nazionali iraniane nella difesa dell’integrità territoriale: nonostante un milione di morti e il bombardamento di Teheran, l’Iran resiste, recupera le zone invase e nell’agosto 1988 il cessate-il-fuoco, sotto l’egida delle Nazioni Unite, pone fine alla più lunga guerra locale al 1945. Ha inizio cos? la lunga opera di ricostruzione.

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