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Radio e Televisione
 
L’Iran incontra il cinema quando ancora quest’arte è ai suoi albori: nei primi anni del Novecento uno degli ultimi re della dinastia Qajar, Mozaffar od-Din, nel corso di alcuni viaggi all’estero, rimane affascinato dal fenomeno cinematografico e decide di favorirne la nascita anche nel proprio Paese, per uso proprio personale e della Corte. Nel 1915 Ibrahim Khan Sahafbashi, personaggio legato agli ambienti della monarchia, apre a Teheran, in via Tchareqgaz (via “del lampione a gas”), la prima sala cinematografica, frequentata da una ristretta élite. In precedenza, un certo Khan Baba Mo’tazedi aveva compiuto qualche esperienza di ripresa. Nel 1939 Ohanian gira il film Abi va Rabi (titolo intraducibile, sorta di gioco di parole scherzoso e senza significato). Contemporaneamente Abdol Hossein Sepenta realizza Dokhtar-e Lor (“La ragazza della regione di Lor”), che resta nella storia del settore come il primo vero film iraniano. In seguito Sepenta gira altri film, rivelando indubbie potenzialità sebbene la sua tecnica sia ancora primitiva: Tcheshman -e siah (“Occhi neri”), Shirin va Farad (due personaggi leggendari assai simili agli occidentali Giulietta e Romeo), Leili va Majnoun (un’altra leggendaria coppia di innamorati). Sapenta muore pochi anni dopo in povertà. Nel 1947 nasce la prima Casa di produzione, con uno studio proprio, chiamata Mitrafilm: i fondatori sono Taher Ziai, Esfandiar Yeganehghi, Esmail Koushan, Sheikh Ansari e Hamzavi. Il primo prodotto della Mitrafilm è Tufan-e Zandeghi (“La tempesta della vita”), per la regia di Ali Dariabeghi.

Si puٍ dire che sin da allora per l’Iran il cinema non sia mai stato semplicemente una forma di espressione culturale tra le tante; basterà ricordare un episodio che conferma significativamente quanto il grande schermo sia legato alla storia, anche la più drammatica, del Paese.

20 agosto 1978: nel piccolo cinema “Rex” di Abadan, la città delle grandi raffinerie nel sud dell’Iran, dopo uno spaventoso boato si sviluppano alcuni focolai di incendio. Le uscite di sicurezza sono sbarrate all’esterno. Quasi tutti gli spettatori (circa 500 persone, interi nuclei familiari) periscono tra le fiamme. Il governo e lo shah accusano della strage gli oppositori antimonarchici. Ma il fatto che si stia proiettando il film Gavaznha di Massoud Kimiai, forse il primo prodotto della cinematografia iraniana dove si incominci a respirare l’aria della rivoluzione, smentisce la versione ufficiale, e il giorno dopo trentamila persone affrontano l’esercito per le strade di Abadan chiedendo la punizione per chi ritengono sia il vero colpevole, cioè la polizia segreta Savak, accusata di aver ordito una “strage di Stato” per indebolire un’opposizione che va crescendo in tutto il Paese. Nei tre mesi successivi, seguendo le diverse scadenze del lutto islamico per le vittime di Abadan, i moti di piazza si intensificano e si estendono a tutte le città del Paese; si
puٍ dire che dalla strage di Abadan la dinamica rivoluzionaria si faccia inarrestabile, sino alla vittoria completa nel febbraio del 1979.

Non è casuale che la fase conclusiva della rivoluzione iraniana prenda avvio dalla reazione a una strage avvenuta in un cinema. Anzi, si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte ad una sorta di “ironia della Storia”.

Ricordiamo infatti qualche dato. Nel luglio del 1951, con l’arrivo in Iran di W. Harriman, inviato del Presidente Truman, e con l’espulsione dal Paese degli ultimi 35 tecnici britannici da parte del governo Mossadeq, cessa un secolo di influenza ed ingerenza inglese nella zona; ma inizia un trentennio di presenza statunitense ancora più evidente e determinante. Nel gennaio 1952, in base a nuovi accordi, l’intero mercato iraniano passa in mano USA; nell’agosto 1953 la relativa autonomia della gestione mossadeghiana viene stroncata dal colpo di Stato organizzato dalla CIA a favore della famiglia Pahlavi. Allo shah viene affidato il compito di principale difensore degli interessi statunitensi nel Medio Oriente; Mohammad Reza Pahlavi lo svolgerà zelantemente ai più diversi livelli. Accanto alla svendita del petrolio, a un’industrializzazione distorta basata unicamente sulle industrie di assemblaggio, alla distruzione dell’ agricoltura, all’urbanizzazione forzata di massa, alla repressione di qualsiasi opposizione interna, hanno luogo
imponenti tentativi di cancellazione della cultura popolare iraniana e di frettolosa “occidentalizzazione” di scuole, stampa, comunicazione audiovisiva, spazi del tempo libero.

Sin dalla fine degli Anni Cinquanta si favorisce la diffusione capillare della televisione; anche nei villaggi più poveri del Paese il governo trova modo di far funzionare almeno un apparecchio televisivo. Ed è proprio tramite il “piccolo schermo” che la popolazione prende contatto con il prodotto cinematografico.

Esistono due canali televisivi, entrambi monopolio di Stato: i film vi vengono programmati due o tre volte la settimana.
Per la maggior parte si tratta di film statunitensi: rare le pellicole europee. Il genere privilegiato è il poliziesco; vanno in onda a volte anche commedie sentimentali, ma il genere d’azione è di gran lunga il preferito. Mancano nel modo più assoluto i film politici, o che contengano qualche esplicito riferimento a problemi sociali o storici anche di Paesi diversi dall’Iran. E i prodotti di impegno culturale o di sperimentazione linguistica sono accuratamente evitati.

Nel contempo, il regime non dimentica il “grande schermo”. I cinematografi più eleganti non hanno nulla da invidiare a quelli occidentali, anzi spesso li superano nel lusso. Per esempio, l’edificio del cinema “Takht-e Djamshid” (cioè “Persepolis”), di Teheran, consta di ben tre enormi sale, di cui una destinata alla programmazione normale, un’altra riservata ai “film per l’élite”, fruiti da un ambiente assai ristretto selezionato fra gli intellettuali di Corte, e una terza attrezzata per le proiezioni di videotapes. Ma il prezzo del biglietto è dovunque molto basso, non supera mai l’ equivalente di un euro di oggi. Nel centro di Teheran un’intera strada, l’Avenue Shah, dove sorge il mastodontico “Palazzo Alluminio”, ospita gli uffici di tutte le Case di distribuzione statunitensi ed anche qualche Casa iraniana.

La maggior parte dei film in circolazione provengono da Hollywood. Il maggiore successo è ottenuto dai kolossal; Guerre stellari, Lo squalo, L’esorcista (e il King Kong di De Laurentiis) conoscono una diffusione e una risonanza sconosciute in Occidente. Il mercato si satura di film indiani di infimo livello e di tutto il kung-fu prodotto da Hong Kong.
Scarsa la presenza di pellicole inglesi e francesi. Dall’Italia giungono - ed ottengono grande successo, grazie anche a grossi battage pubblicitari - i film di Franchi e Ingrassia, Lando Buzzanca, Al Bano e Bud Spencer.

La produzione nazionale, invece, riceve ben pochi incentivi; nel 1977 le opere prodotte non sono più di una ventina. Il Ministero della Cultura e dell’Informazione controlla accuratamente soggetti e sceneggiature. Le Case iraniane più commerciali ripiegano su rifacimenti frettolosi e involgariti di film indiani o di altri Paesi asiatici e africani, con storie di guappi, prostitute, liti a coltello, stupri e delitti d’onore, insomma tutto un repertorio stereotipato, raffazzonato senza alcuna pretesa stilistica. L’unica pellicola del genere che meriti di essere ricordata è Gheisar, di Massoud Kimiai.

Gli intellettuali più consapevoli, e che non vogliano lasciare il Paese, vengono ridotti alla totale inattività. Altri cineasti, tornati in Iran dopo aver studiato all’estero, ritengono di poter trovare un proprio spazio e un po’ di prestigio producendo pellicole pressoché incomprensibili al vasto pubblico, dove tenui venature di critica a questo o a quell’ atteggiamento del governo o della monarchia vengono profondamente sepolte sotto cumuli di metafore e sperimentalismi linguistici. E il regime recupera questi film come fiori all’occhiello della propria politica culturale: è questo il caso di Gav (“La mucca”), di Mehrdjui, proiettato anche alla Biennale di Venezia, o di Mogholha (I Mongoli), di Parviz Kimiavi.

Tutto il settore cinematografico non statunitense, dalla produzione all’importazione all’esercizio, fa capo alla Corte. E’ questa oligarchia che dà vita all’annuale Festival di Teheran, dove una cornice di immenso sfarzo tenta (spesso riuscendovi) di nascondere agli osservatori stranieri la realtà del Paese.

Come si è detto, solo con Gavaznha di Kimiai (il film del cinema Rex) si incomincia a percepire qualche sensazione di cambiamento imminente. Il film viene prodotto, nonostante si sia ancora in piena dittatura, perché la monarchia ha ormai cominciato ad ammettere l’esistenza dei feddayn, gruppetti di opposizione di ispirazione filosovietica, completamente staccati dalle masse, e cerca di convincere la popolazione che si tratta di forme antidemocratiche, manovrate dall’estero, deboli e prive di credibilità. Tuttavia le autorità impongono al regista un finale diverso da quello previsto nella sceneggiatura originale: la versione autentica verrà completata e messa in circolazione solo dopo la caduta dello shah.

Infatti, il nuovo assetto politico nato dalla Rivoluzione del 1978/79 accetta sin dall’inizio con naturalezza la presenza del video e dello schermo, e ne comprende immediatamente l’intrinseca potenzialità sia culturale sia propagandistica, assimilandola e cercando quindi di sfruttarla al massimo. Non a caso le poltrone direttive della tv e della radio sono sin dai primi mesi dal crollo della monarchia le più ambite e discusse, e le sostituzioni ai vertici frequenti e cariche di polemiche. Nella fascia oraria serale delle trasmissioni televisive si privilegiano i classici della Rivoluzione d’Ottobre, preceduti da accurate ambientazioni storico-politiche. Film e telefilm statunitensi vengono bruscamente ridotti nel numero, sino a scomparire completamente dopo l’occupazione dell’Ambasciata USA (4 novembre 1979), sostituiti da pellicole di varie nazionalità, dai classici giapponesi ai documentari militanti sul Vietnam e la Palestina. Con il radicalizzarsi dei conflitti politici interni, e soprattutto dopo che le elezioni parlamentari del 1980 vedono il Partito della
Repubblica Islamica prevalere largamente sugli schieramenti laici, i contrasti per il controllo del sistema radio- televisivo si fanno più aspri, finché l’invasione irachena (22 settembre 1980) non sconvolge, tra le altre cose, anche i rapporti di forza interni, inducendo la popolazione, comprese le minoranze etniche e religiose, a stringersi attorno al governo centrale nel comune sforzo di difesa dell’integrità nazionale.

Quando finisce la guerra (1988) l’Iran, pur essendo riuscito a difendere i propri confini, è un Paese in ginocchio, e per anni lo sforzo collettivo si indirizza alla ricostruzione, mentre la produzione cinematografica si accentra principalmente sulle rievocazioni degli episodi bellici più sanguinosi che hanno causato quasi un milione di caduti e la distruzione di intere città. Ma il processo di ricostruzione, di rinascita economica e sociale, è rapido e inarrestabile; e ben presto anche il settore cinematografico risente dei suoi benefici effetti. Le sale cinematografiche, che nel 1989 erano 256, diventano 284 nel 1996, con un incremento dei posti a sedere da 158.985 a 174.704. Le pellicole cinematografiche di fiction, 48 nel 1989, salgono a 65 (annue) nel 1997 – per la maggior parte i film sono prodotti da case di produzione private. Si fanno sempre più numerose le scuole di cinema; nel 1997 viene ultimata la realizzazione della National Film House, che si estende su un’area di 5.500 mq. Ogni anno, in febbraio, si svolge a Teheran il Fajr Film Festival, una rassegna cinematografica internazionale con la proiezione di centinaia di opere di numerosi Paesi (la media è di dieci proiezioni al giorno), e nella città di Isfahan, ogni ottobre, viene organizzato il Festival Internazionale del Film per Bambini e Ragazzi.

Nel 1997 ha poi inizio la prima delle due legislature caratterizzate dalla Presidenza Khatami: un periodo, cioè, di grande fioritura di tutte le forme di arte e di espressione culturale, che il governo Khatami protegge e favorisce, sia pure nei limiti imposti dalla situazione generale – limiti che la consapevolezza democratica della popolazione, e la sua ferma volontà di partecipare direttamente alla determinazione dei propri destini, continuano gradualmente ad allargare.

A partire dal 1997, dunque, la produzione cinematografica in Iran registra, in armonia con quasi tutte le altre forme di produzione culturale, dalla musica all'editoria, dalle arti visive al potenziamento delle biblioteche pubbliche, una netta intensificazione di iniziative e attività, con un incremento sia quantitativo sia qualitativo dei risultati ottenuti nel concreto.

Oggi, ormai, il gruppetto di coraggiosi cineasti che tanti anni fa si erano lanciati nella produzione come in un’avventura ricchissima di stimoli ma anche povera di garanzie si è ampliato in misura esponenziale, e nel suo ambito si possono individuare stili e tendenze tanto diversi e numerosi quanti sono i suoi membri. Basti pensare ai due autori iraniani più noti fuori dai confini dell’Iran, Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf.

Il cinema dell'Iran sa dunque oggi parlare contemporaneamente al pubblico del Paese di cui è figlio ed al pubblico del resto del mondo. Ciٍ che tuttavia richiede allo spettatore occidentale, in cambio di tale apertura, in cambio del proprio impegno nel perfezionare ininterrottamente i propri standard qualitativi, tecnici e artistici, è un piccolo ma importante sforzo di risposta: lo sforzo di porsi su un piano di parità, lo sforzo di evitare la tentazione di leggere i prodotti (almeno i migliori) della cinematografia di questo Paese soltanto secondo i metri e i criteri consueti e tipici appunto della cultura occidentale, valutandoli e selezionandoli e classificandoli appunto in base ad essi; lo sforzo di convincersi che, se è vero che il cinema è una delle finestre più agevoli attraverso cui guardare per conoscere l'Iran, pur tuttavia ciٍ non basta. Certo, per incominciare a conoscere l'Iran è estremamente opportuno ed utile conoscere il suo cinema; ma per capire appieno il cinema dell'Iran occorre anche conoscere qualcosa di più - almeno qualcosa di più - della cultura, della storia, della mentalità, dei problemi dell'Iran stesso, senza presumere di dedurli semplicemente dalla visione dei suoi film e dalla loro mera comparazione con i prodotti della cinematografia occidentale.

più collegamenti (Letteratura)

http://www.irib.com
http://www.fcf-ir.com
http://www.makhmalbaf.com
http://www.filmocinema.com
http://www.iranactor.com
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