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TAPPETI PERSIANI
 
    Prima espressione artistica della civiltà persiana, simbolo storico del passaggio dalla vita nomade a quella sedentaria, la lavorazione del tappeto con i ricchi motivi decorativi merita indubbiamente una trattazione particolareggiata ed esclusiva.

Le origini del tappeto
È nella vallata di Pazyryk che fu ritrovato il primo esemplare di tappeto annodato a mano in condizioni quasi perfette perché conservato da una spessa lastra di ghiaccio che lo aveva protetto per ben 25 secoli. L’attribuzione di questo tappeto è stata oggetto di numerosi dibattiti tra studiosi e scienziati fin dal suo ritrovamento. Alla fine si è stabilito che la sua origine doveva essere persiana, dato che, nonostante fosse stato ritrovato a migliaia di chilometri di distanza da quelli che furono i territori dell’antica Persia, il tappeto di Pazyryk fu scoperto in una tomba scita.

Gli Sciti erano una popolazione mediorientale originaria del Nord dell’Iran e subirono irrimediabilmente l’influenza dei costumi persiani. Sulla base dei successivi ritrovamenti fatti nel corso degli anni, si può dire che, se si analizza la storia delle popolazioni medio-orientali nel periodo precedente al V secolo a.C. e cioè prima dell’epoca del tappeto di Pazyryk, risulta evidente come i popoli della Mesopotamia possedessero tutte le prerogative necessarie per aver vissuto un periodo di fulgore della storia del tappeto orientale.

Stabilita la presenza del tappeto già nelle civiltà mesopotamiche, resta da determinare quando esso fu introdotto in Persia, epicentro indiscusso dell’artigianato del tappeto che è profondamente legato alla storia persiana e ne ha subito le stesse evoluzioni e involuzioni. È molto probabile che, ancora prima di Ciro il Grande, i nomadi persiani conoscessero l’uso del tappeto annodato, ma quasi certamente non esisteva un vero artigianato e la funzione del tappeto era più di tipo pratico che artistico. Di una cosa si è quasi certi, ossia che la tomba di Ciro il Grande a Pasargade fosse ricoperta di preziosissimi tappeti. Non si hanno invece citazioni che convalidino la presenza del tappeto durante i regni degli altri sovrani achemenidi, né esistono citazioni attendibili sull’esistenza di quest’arte durante i regni delle due dinastie successive, quella dei Seleucidi e quella dei Parti. Si trovano però documenti sull’esistenza dei tappeti durante il periodo della dinastia Sassanide ed è proprio a tale dinastia che risale il tappeto passato alla storia come forse il più prezioso di tutti i tempi: il Bahar i Cosroe ossia «La primavera di Cosroe».

Alla dinastia Sassanide seguì un periodo di influenza dei Califfi arabi. Durante il dominio dei Califfi di Baghdad, diversi storiografi arabi visitarono la Persia e menzionarono i tappeti tra i manufatti di quelle regioni; soprattutto quelli prodotti nella regione del Khorasan, ancora oggi noto centro di produzione di tappeti.

Al dominio dei Califfi seguì un periodo di quasi due secoli dei quali ben poco si sa riguardo a questa forma di artigianato, lasciando addirittura supporre che il tappeto d’arte fosse quasi scomparso. Dopo questo lungo periodo di oblio, il Paese fu conquistato dai Selgiuchidi, popolazione turca estremamente sensibile a ogni forma d’arte. Nelle province dell’Azerbaigian e di Hamadan, dove l’influenza dei Selgiuchidi fu maggiore, il nodo turco è ancora oggi in uso.

Ebbe inizio un periodo di devastazione con l’arrivo delle orde di Gengis Khan e si può stare certi che, essendo i Mongoli un popolo selvaggio, non conoscevano le arti persiane, che molto probabilmente vennero coltivate solamente dalle tribù nomadi.

Tuttavia con il tempo i Mongoli subirono l’influenza del Paese che avevano conquistato e questo spiegherebbe come mai il palazzo di Tabriz dell’Il-Khani Ghazan Khan avesse il pavimento interamente ricoperto di tappeti.

In quel momento ebbe inizio un periodo fondamentale nella storia del Paese: infatti, dopo più di sette secoli di dominio straniero, una dinastia nazionale prese il sopravvento e conquistò il potere, la dinastia dei Safavidi. La liberazione dallo straniero creò un nuovo fermento in tutto il Paese, facendo sì che tutte le arti persiane conoscessero un momento di rinascita. Shah Ismail facilitò il recupero dell’arte tradizionale creando nelle città centri artigianali per la manifattura di tappeti in cui affluirono dai villaggi gli artigiani più esperti che, sotto la guida di maestri miniaturisti, annodarono quei tappeti che resero così famoso questo genere di artigianato persiano. Risalgono a quest’epoca le prime prove concrete dell’esistenza dei tappeti e vi sono più di 1500 esemplari di questo periodo che vengono conservati nei vari musei del mondo.

Tra gli esemplari più importanti rimasti vanno ricordati il tappeto ritrovato nella moschea di Ardebil, conservato a Londra nel Victoria and Albert Museum, e quello di caccia conservato nel museo Poldi Pezzoli di Milano.

Sotto il regno del grande Shah Abbas, il tappeto persiano si diffuse in Europa e acquistò in pochissimo tempo fama e notorietà. Shah Abbas spostò a Isfahan la capitale del regno, costruendovi quella che ancora oggi è considerata una delle piazze più belle al mondo. Volle alla sua corte i migliori artigiani e disegnatori che crearono tappeti di rara bellezza, quasi tutti annodati su fili di seta, molto spesso in oro e argento.

Con la fine dell’Impero Safavide giunse anche a conclusione il periodo aulico del tappeto persiano, che prese a rifiorire nell’ultimo quarto del XIX secolo, soprattutto per merito dei mercanti di Tabriz che avevano dato il via alle esportazioni in Europa passando per Istanbul.

Nel 1925 salì al potere Shah Reza, fondatore della dinastia Pahlavi, dinastia che diede grande impulso all’artigianato del tappeto creando vere e proprie manifatture imperiali dove furono annodati esemplari degni della grande tradizione persiana.

La lavorazione
Caratteristica peculiare dei tappeti persiani, come di tutti i tappeti orientali, è l’annodatura a mano. Il tessuto è composto da tre parti: l’ordito, il vello e la trama. L’ordito è l’insieme dei fili, generalmente di cotone, paralleli tra loro e disposti verticalmente fra le due estremità del telaio. Il vello è la superficie visibile del tappeto ed è formato da fili corti, generalmente di lana, annodati sull’ordito; i nodi sono allineati in righe nel senso della larghezza del tappeto, mai in quello della lunghezza. La trama consiste in uno o più fili, quasi sempre di cotone, disposti tra una riga di nodi e quella successiva.

I materiali usati nell’annodatura sono tre: lana, seta e cotone. La lana adoperata è per lo più di origine ovina, quasi mai caprina. La lana più pregiata si ottiene pettinando durante l’inverno il vello della pecora e tosandola in primavera. La lana migliore proviene sempre da animali vivi: questa è una delle peculiarità dei tappeti persiani.

Alcuni rari esemplari di tappeti hanno il vello in seta, ma si tratta soprattutto di tappeti annodati su ordinazione. Il centro più noto per questo genere di lavorazione è Kashan.

Il cotone, nei tappeti persiani, viene utilizzato esclusivamente per i fili dell’ordito e della trama, a eccezione dei tappeti nomadi che sono interamente in lana. Il cotone però tende meno a cedere e ad allentarsi nel tempo rispetto alla lana e dona al tappeto una maggiore aderenza al pavimento.

La produzione dei tappeti persiani è caratterizzata soprattutto da una meravigliosa tavolozza di colori. L’operazione di tintura è estremamente delicata e viene preceduta da un bagno di allume che agisce da mordente. Poi il filato viene immerso nel bagno di tintura dove, secondo i diversi colori, rimane per qualche ora o per interi giorni. Infine viene messo ad asciugare al sole. Fino all’avvento dei coloranti artificiali, quelli usati dai tintori erano esclusivamente di origine naturale, quasi tutti vegetali. I tintori persiani acquisirono notevole fama, dato che erano gli unici che riuscivano a ottenere dalle sostanze vegetali una serie inesauribile di tinte. Il rosso, per esempio, non aveva una sola gradazione, grazie all’utilizzo di vari insetti nonché del siero di bue. E così anche per gli altri colori. Il progresso ha permesso ai tintori persiani di approfittare delle innovazioni nel campo della chimica e oggi solamente i nomadi fanno un uso esclusivo di tinture naturali.

Il lavoro di annodatura è veramente colossale se si pensa che per confezionare un tappeto di media qualità (2500 nodi per decimetro quadrato) e del formato di due metri per tre, occorrono, al ritmo di diecimila nodi al giorno, ben cinque mesi lavorativi. In media un buon operaio fa da diecimila a un massimo di quattordicimila nodi al giorno.

Il miracolo della nascita del tappeto persiano avviene dunque al momento dell’annodatura: milioni di nodi di colori diversi che, pazientemente allineati l’uno accanto all’altro, vanno a formare i disegni e i motivi, ora geometrici, ora floreali. Presso i nomadi colori e disegni nascono quasi sempre dall’istinto, dalla fantasia, senza un progetto preordinato; questo non vale però per quanto riguarda l’altra produzione di tappeti che nascono, invece, da un progetto ben preciso preparato da artisti specializzati che creano il disegno su un cartone millimetrato nel quale ogni quadretto corrisponde a un nodo. Quando l’annodatore è uno solo, il disegno viene posto sul telaio davanti agli occhi di chi deve fare i nodi. Quando invece al lavoro partecipano più persone, una di loro legge ad alta voce il numero di nodi di ciascun colore. Una volta terminato il tappeto, lo si toglie dal telaio e si provvede alla rasatura e quindi al lavaggio, un’operazione che ha lo scopo di togliere al tappeto rigidità restituendo ai colori la loro limpidezza originaria. Il tappeto viene quindi disteso al sole ad asciugare.

Il nome dei tappeti ha sempre un diretto riferimento con la sua provenienza e viene sempre classificato con il nome del luogo di origine. Per quanto riguarda invece i tappeti di origine nomade, essi prendono il nome della tribù di provenienza.

Le decorazioni
I tappeti orientali si possono dividere a seconda del loro disegno in due grandi gruppi: quelli a disegno geometrico e quelli a disegno curvilineo, noti come tappeti floreali. Riassumendo in breve la differenza tra i due tipi, si può innanzitutto dire che i tappeti geometrici sono l’espressione di un gusto, mentre quelli floreali sono l’espressione di un’arte. I tappeti geometrici, infatti, riflettono il gusto dell’artigianato o della tribù di provenienza, mentre i tappeti floreali sono opere dell’arte islamica e hanno avuto, nel corso dei secoli, la stessa evoluzione nonché involuzione delle diverse espressioni dell’arte stessa.

I tappeti a disegno geometrico sono tutti quei tappeti decorati con elementi lineari composti da tratti verticali, orizzontali e obliqui. L’insieme del disegno è assai semplice e spesso è formato da ripetizioni dello stesso motivo. Si tratta per lo più di tappeti annodati dalle tribù nomadi, pur se tale disegno si ritrova anche in alcuni piccoli villaggi dispersi dove, causa la lontananza dai maggiori centri, la decorazione del tappeto è rimasta quella primitiva. I primi tappeti erano infatti a disegni geometrici, mentre quelli di tipo floreale risalgono solamente al XVI secolo. I motivi dei tappeti geometrici sono praticamente tramandati a memoria e questo particolare facilita l’attribuzione della tribù o del luogo di provenienza.

I tappeti a disegno floreale o curvilineo appaiono sulla scena all’inizio della dinastia Safavide, che non si poteva certo accontentare dei tappeti annodati da nomadi e da contadini. Nacquero così i primi centri artigianali dove venivano annodati tappeti a disegno floreale. Nomadi e contadini vennero trasferiti nelle città e qui, sotto il controllo di maestri, intrapresero la lavorazione di tappeti riccamente decorati che in pochissimo tempo diedero lustro e prestigio ulteriori all’arte islamica.

I tappeti floreali, come del resto tutta l’arte islamica, raggiunsero il loro apice durante il regno di Shah Abbas I e questo periodo di fulgore si protrasse fino all’invasione della Persia da parte degli Afghani, ossia circa cent’anni dopo la morte del grande Shah.

La maggior differenza tra la lavorazione nomade e quella artigianale sta nella funzione che occupa il maestro disegnatore, ustad in persiano. Perché, se i tappeti nomadi sono tramandati a memoria o scaturiscono dalla fantasia della persona che esegue il tappeto, il disegno del tappeto floreale è invece eseguito su un cartone e viene riprodotto meticolosamente dagli artigiani addetti all’annodatura. Il lavoro di questi si risolve in una semplice esecuzione manuale, mentre il merito artistico va riconosciuto all’ustad che ha disegnato e colorato il cartone.

I motivi
La decorazione dei tappeti orientali è costituita da motivi simili tra loro che si ritrovano con una certa frequenza in esemplari di diversa provenienza. I motivi si possono però suddividere in tre gruppi principali: motivi di campo, motivi di bordura, motivi di decorazione.

A tale riguardo, se si volesse approfondire il discorso, ci sarebbe da soffermarsi a lungo, e questa non è la sede adatta. Ecco però di seguito una breve descrizione di questi vari motivi.

I motivi di campo hanno come peculiarità quella di ripetere uno stesso disegno varie volte fino a decorare tutto il tappeto. Ve ne sono di vari tipi: dal boteh, noto anche come disegno a mandorla, la cui forma assomiglia a quella di una goccia d’acqua con la parte superiore rivolta da un lato, al gul, che in persiano significa fiore e che ha una forma ottagonale che però può differire notevolmente da zona a zona; dallo herati, composto da una rosetta centrale racchiusa in un rombo alle cui estremità si trovano altre due rosette di dimensioni inferiori e lungo i quattro lati si notano quattro foglie allungate che ricordano la forma di un pesce, allo joshaghan, formato da un susseguirsi di rombi decorati con fiori stilizzati.

Assai cari ai Persiani sono i motivi di bordura, che, come indica il nome stesso, decorano le fasce laterali di molti tappeti di provenienza diversa. Anche in questo caso ve ne sono di ogni tipo: bordura cufica, che deve il suo nome alla somiglianza dei suoi motivi con la scrittura cufica; bordura a foglia dentata, formata da un susseguirsi di foglie dentate disposte obliquamente; herati di bordura che è completamente diverso dall’herati di campo e consiste di rosette e fiori che si alternano tra loro e dai quali si diramano rami fioriti.

Bisogna però soffermarsi su un aspetto assai importante riguardo alle bordure. Infatti, nelle bordure di molti tappeti figurano anche delle iscrizioni che contengono citazioni del Corano, versi poetici, dediche e a volte anche l’indicazione dell’origine del tappeto e il periodo durante il quale è stato fabbricato. Le date sono ovviamente espresse secondo il calendario islamico e, per trasformare l’anno musulmano nel corrispondente anno del calendario occidentale, occorre fare una serie di calcoli non semplici.

Bisogna inoltre dire che la bordura dei tappeti è sempre composta, oltre che dalla fascia principale, da alcune fasce secondarie che fanno da cornice a quella principale. Anche le cornici secondarie hanno alcuni motivi di decorazione tipici nei tappeti di diverse provenienze, tra cui vanno ricordati: il motivo composto dal susseguirsi di piccoli rombi di tinte differenti che generalmente delimita la fascia principale della bordura; il motivo composto da un allineamento di rosette tra le quali passa un ramo fiorito (questo è un motivo che si ritrova in moltissimi tappeti con provenienza diversa e viene interpretato in modi assai differenti, dall’esecuzione ricca e floreale tipica dei Kashan, a quella estremamente lineare dei Kazak); il motivo composto da un rombo e un triangolo con un vertice in comune che viene ripetuto con i suoi diversi elementi uno accanto all’altro lungo tutta la cornice esterna di alcuni tappeti.

I motivi di decorazione sono quei disegni, frequenti in esemplari di diversa provenienza, che servono a completare la decorazione del campo e della bordura. I più noti motivi di decorazione sono la stella a otto punte, la rosetta, vari tipi di greche (tra le quali quella uncinata nota come «cane che corre») e la svastica.

Per concludere va detto che purtroppo in Iran, rispetto a dieci anni fa, è rimasto solo un quinto dei laboratori specializzati nell’annodare tappeti. Un dato davvero preoccupante e alquanto sorprendente. Questo si spiega però se si prende in considerazione l’agguerrita concorrenza a cui il Paese deve far fronte; concorrenza che proviene soprattutto da Paesi come India e il Pakistan. A difesa però dei tappeti persiani originali va detto che si nota immediatamente la differenza, che sta soprattutto nella scelta del materiale che, nei tappeti iraniani, è quasi sempre di ottima qualità. Ovviamente anche in Iran ci sono tappeti e tappeti, e bisognerebbe sempre cercare di farsi consigliare da chi è veramente esperto di questa forma d’arte prima di acquistarne uno.

A parte questa breve guida generica riguardo a una forma d’arte estremamente complessa a cui si dedicano studiosi e specialisti di tutto il mondo, va infatti ribadito che chi volesse acquistare un tappeto in Iran non dovrebbe accontentarsi di pochi cenni generali, ma dovrebbe rivolgersi a chi di tappeti se ne intende veramente.

Nei singoli capitoli dedicati alle varie regioni del Paese si descriveranno, di volta in volta, le particolarità dei tappeti di quelle zone specifiche. Un modo questo di osservare il Paese anche da un altro punto di vista, abbastanza tecnico e complesso ma certamente di grande interesse.


                                                                  Tratto dalla guida IRAN Ulyssemoizzi
                                                                        © Ulysse Network srl - Milano
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